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domenica 11 maggio 2014


Joan Miró, "Maternity” 1924  


basta abbassare gli occhi e sei li'
cucita tra i sorrisi e negli spigoli del petto
(legami in questa tua assenza______)♥ ciao mamma





sabato 19 aprile 2014

Innamorati di Frida!


Nickolas Muray, Frida sulla panchina bianca, 1939

lunedì 10 marzo 2014

Lady from the sea [revised]

Edvard Munch, Lady from the sea,
1896 Oil on canvas
 Philadelphia Museum of Art




evaporo dalle onde del mare 
per raggiungere il  respiro.
osservo il giorno che nasce.
 incauta mi perdo 
nel  suono sincopato del canto.
rumori dorati nei colori dell'alba 
fermentano lo spazio illogico dei miei pensieri.
ritorno col ritmo anagrammato del mito
 nel fondo primordiale del mio ego

 27.V.2012



venerdì 28 febbraio 2014

ph Dino Valls
e poi sopraggiunse la paralisi
alibi di quei pensieri sfrattati
frantumati in parole non dette
riflessi negli atti del fare scomposto
come forzieri
nascondevano un’anima
frastagliata nelle distratte
nervature di un orizzonte
___non mio



lunedì 17 giugno 2013

Blanchot a proposito di Kafka



L'arte è anzitutto la coscienza dell'infelicità, non la sua compensazione. Il rigore di Kafka, la sua fedeltà all'esigenza dell'opera, la sua fedeltà all'esigenza dell'infelicità, gli hanno risparmiato quel paradiso delle finzioni in cui si compiacciono tanti deboli artisti che la vita ha delusi. L'arte non ha per oggetto dei sogni, né delle 'costruzioni'. [...] L'arte è la coscienza di 'questa infelicità'. Descrive la situazione di colui che si è perduto, che non può più dire 'io', che nello stesso movimento ha perduto il mondo, la verità del mondo, e appartiene all'esilio, a quel tempo dell'angoscia in cui, come dice Holderlin, gli dei non sono più e non sono ancora. 

- Lo spazio letterario, p. 58



domenica 19 maggio 2013




Certe cose si possono dire con le parole, altre con i movimenti. Ci sono anche dei momenti in cui si rimane senza parole, completamente perduti e disorientati, non si sa più che cosa fare. A questo punto comincia la danza.




[Pina Baush]



 



mercoledì 24 aprile 2013

so che...




So che stai leggendo tardi questa
poesia, prima di lasciare l' ufficio
con l'abbagliante lampada gialla e la finestra nel buio
nell'apatia di un fabbricato sbiadito nella quiete
dopo l'ora di traffico. So che stai leggendo questa poesia
... in piedi nella libreria lontano dall'oceano
in un giorno grigio di primavera, fiocchi sparsi di neve
spinti attraverso enormi spazi di pianure intorno a te.

So che stai leggendo questa poesia
in una stanza dove tanto è accaduto che non puoi sopportare
dove i vestiti giacciono sul letto in cumuli stagnanti
e la valigia aperta parla di fughe
ma non puoi ancora partire. 

So che stai leggendo questa poesia
mentre il treno della metropolitana perde velocità 

e prima di salire le scale
verso un nuovo tipo d'amore
che la vita non ti ha mai concesso.
So che stai leggendo questa poesia alla luce
del televisore dove immagini mute saltano e scivolano
mentre tu attendi le telenotizie sull'intifada.
So che stai leggendo questa poesia in una sala d'attesa
di occhi che s'incontrano sì e no, d'identità con estranei.
So che stai leggendo questa poesia sotto la luce al neon
nel tedio e nella stanchezza dei giovani fuori gioco,
che si mettono fuori gioco quando sono ancora troppo giovani.
So che stai leggendo questa poesia con una vista non più buona, le spesse lenti ingigantiscono queste lettere oltre ogni significato però continui a leggere perché anche l'alfabeto è prezioso.
So che stai leggendo questa poesia mentre vai e vieni accanto alla stufa
scaldando il latte, sulla spalla un bambino che piange, un libro
nella mano
poiché la vita è breve e anche tu hai sete.
So che stai leggendo questa poesia non scritta nella tua lingua
indovinando alcune parole mentre altre continui a leggerle
e voglio sapere quali siano queste parole.
So che stai leggendo questa poesia mentre ascolti qualcosa,
diviso fra rabbia e speranza
ricominciando a fare di nuovo il lavoro che non puoi rifiutare.
So che stai leggendo questa poesia perché non rimane
nient'altro da leggere
là dove sei atterrato, completamente nudo.

Adrienne Rich




martedì 26 marzo 2013

the last supper



Hyatt Moore, "The Last Supper with Twelve Tribes", sometimes now called The Next Supper,Collection of Loma Linda University, California.  



"L'Ultima Cena con Dodici Tribù" è stata dipinta nel 2000 per commemorare l'inclusione di tutti i popoli sotto Dio. Olio su tela (con acrilico sotto-pittura), 20 x 4,5 feet. Dipinta in British Columbia, Canada, è attualmente in mostra in California.



Raffigurati (da sinistra) sono: Crow del Montana, Berberi del Nord Africa, Masai del Kenya, Cina, Ecuador, Afghanistan, Gesù, Etiopia, Tzeltal del Messico, Canela del Brasile, Papua Nuova Guinea, Salish della British Columbia, Mongolia.




domenica 3 marzo 2013

coming soon


Prossimamente qui il 

Maestro Lanciotto Baldanzi

in collaborazione con 
Carlotta Zanobini
e
 Isotta Baldanzi


PB


sabato 26 gennaio 2013

venerdì 25 gennaio 2013

omaggio a Roy Lichtenstein...continua...


°°°Adoro il suo giallo [uno dei colori, insieme al verde, che amo] e la ricerca estetica: incessante. Ma il gioco di colori , credo, non deve ingannare, non è allegria. I grandi occhi, gli oggetti disposti in un ordine incomprensibile, il fuori scala lasciano percepire un'inquietudine di fondo. 


°°°Concordo con l'analisi...inquietudine...tanta...bellezza e l'intenzione di catturarti con il colore...come a volerti portare dentro il quadro, ed il giallo con la sua luce ci riesce perfettamente. [Arianna Cappetti]     

Lichtstein in his studio





domenica 20 gennaio 2013

il mondo di Lichtenstein 1 | Quei fumetti e quei puntini che hanno fatto pop


[omaggio a Picasso]


 Portrait of a woman (1976) 
una delle tele con cui Lichtenstein rivisita Picasso in chiave pop. 
 La violenza dei colori, la durezza dei tratti, ricordano l'estetica espressionista.



da febbraio in mostra al Tate Modern





sabato 19 gennaio 2013

io sono Christina Rossetti

Robert Ashwin Maynard, 'Christina Rossetti' 
incisione su disegno a matita di Dante Gabriel Rossetti

Il cinque di dicembre Christina Rossetti celebrerà il suo centenario, o per essere più esatti saremo noi a celebrarlo;  il che forse non sarà di suo gradimento, perché era una donna estremamente timida, e il fatto di far parlare di sé, come certamente dovremo fare, le avrebbe dato molto fastidio.  Tuttavia ciò è inevitabile;  i centenari sono inesorabili;  studieremo i suoi ritratti, [...] e frugheremo nei cassetti della sua scrivania, in gran parte vuoti.  Cominciamo dalla biografia, poiché non c'è niente di più divertente.  Come ognuno sa, il fascino di leggere biografie è irresistibile.
Siamo dunque a Hallam Street, Portland Place, verso il 1830; ecco i Rossetti, una famiglia italiana composta di padre, madre e quattro bambini piccoli.  La strada non era elegante, la casa piuttosto povera; ma la povertà non importava, poiché, essendo stranieri, i Rossetti si curavano poco dei costumi e delle convenzioni della classe media britannica.  Facevano una vita ritirata, vestivano come volevano, visitavano altri esuli italiani, [...] e sbarcavano il lunario insegnando, scrivendo e facendo altri lavori saltuari.  A poco a poco Christina si era distaccata dal nucleo familiare.  Era una ragazza tranquilla, propensa all'osservazione, con già in testa tracciato il corso della propria vita - sarebbe stata una scrittrice - ma allo stesso tempo in grado di ammirare la superiore competenza dei membri anziani della famiglia. [...] Odiava le feste.  Vestiva come le pareva.  Le piacevano gli amici di suo fratello e quelle piccole adunanze di giovani artisti e poeti che volevano riformare il mondo, cosa che la divertiva alquanto, perché sebbene fosse così tranquilla, era anche di gusti capricciosi e stravaganti, e si divertiva a prendere in giro la gente pedante ed egoisticamente solenne.  E benché volesse diventare una poetessa, non aveva granché della vanità degli altri giovani poeti; i suoi versi sembravano formarsi interi e compiuti nella sua testa, e quando doveva  parlare di loro diceva ciò che le capitava. [...]
Se la guardiamo più da vicino, vedremo che già si era formato qualcosa di oscuro e duro, come un nocciolo, nel cuore della persona di Christina.
Era la religione, naturalmente.  Già da piccola, la sua fede regolava la sua vita fin nei minimi particolari.  Essa le aveva insegnato che gli scacchi erano perversi, ma che il whist e il cribbage non possono nuocere.  Ma essa interveniva anche nei problemi più importanti del suo cuore. 
C'era un giovane pittore chiamato James Collinson; e lei amava James Collinson e lui amava lei; ma Collinson era cattolico, e Christina lo rifiutò.  Per compiacerla, lui divenne membro della chiesa anglicana, e allora lei lo accettò.  Ma siccome era un uomo indeciso, non seppe conservare la nuova fede e ritornò a Roma. E Christina, benché con il cuore infranto e la vita per sempre oscurata, , ruppe il fidanzamento.  Qualche anno dopo si presenta un'altra prospettiva di felicità, a quanto sembra più fondata.  Charles Cayley chiede la sua mano.  Ma ahimè, quest'uomo astratto ed erudito che percorreva il mondo in uno stato di scompigliata distrazione, e traduceva i Vangeli in irochese, e nelle riunioni chiedeva alle signori eleganti "se si interessavano alla corrente del Golfo", e come regalo offrì a Christina un topo di mare conservato nell'alcol, era, naturalmente, un libero pensatore.  E Christina dovette rifiutare anche lui.  Non voleva sposare uno scettico.  Ella che prediligeva gli "ottusi e pelosi" - i vombati, rospi e sorci della terra - e chiamava Charles Cayley "il mio più cieco avvoltoio, la mia talpa speciale", non ammetteva talpe, vombati, avvoltoi o signori Cayley nel suo paradiso.  
E così possiamo andare avanti, guardando e ascoltando per sempre.  Non ci sono limiti alla stranezza, al divertimento e alla stravaganza racchiusi nella cisterna.  Ma proprio quando incominciamo a domandarci quale, fra le crepe di questo straordinario territorio, vogliamo ora esplorare, interviene la figura principale.  E' come se un pesce, i cui giri inconsapevoli abbiamo osservato tra le alghe intorno alle rocce, si gettasse ad un tratto contro il vetro e lo infrangesse.  Christina aveva accettato l'invito di una certa signora Virtue Tebbs.  Non si sa bene cosa fosse successo lì, forse avranno detto qualcosa, di carattere salottiero e frivolo.  A ogni modo,

improvvisamente, si alzò dalla sedia e camminò fino al centro della sala una donnetta vestita di nero, la quale annunciò solennemente - Io sono Christina Rossetti - Dopodiché ritornò alla sedia.

Con queste parole il vetro è infranto.  Sì (sembra dire), sono un poeta.  Voi che fate finta di onorare il mio centenario, non siete meglio dei frivoli invitati dalla signora Tebbs.  Eccovi frugare tra le trivialità, aprire i cassetti della mia scrivania, prendere in giro i miei pretendenti, quando la sola cosa che io voglio far conoscere è questa.  Guardate questo libretto verde.  E' una copia delle mie opere complete.  Costa quattro scellini e mezzo.  leggetelo. [...]
Tu eri un poeta istintivo.  Vedevi sempre il mondo dallo stesso punto di vista. Gli anni e il contatto intellettuale con gli uomini e con i libri non ebbero su di te alcuna influenza.  Ignoravi con cura qualsiasi libro potesse nuocere alla tua fede, così come ignoravi qualunque essere che potesse nuocere ai tuoi istinti.  Forse avevi ragione.  Il tuo istinto era così sicuro, così diretto, così intenso da produrre poesie che suonano nell'orecchio come una vera musica, come una melodia di Mozart o un'aria di Gluck. Eppure, nonostante tutta la tua simmetria, il tuo canto era complesso.  Quando toccavi la tua arpa,  suonavano insieme molte corde.  Come tutti gli istintivi, avevi un senso acuto della bellezza visiva di questo mondo.  Le tue poesie sono piene di polvere d'oro, di teste di velluto, di armature metalliche. [...]
E ciononostante, non eri affatto una santa.  Prendevi in giro, facevi gli sberleffi.  Avevi dichiarato guerra alla pedanteria e alla simulazione.  Pur essendo modesta, eri drastica, sicura del tuo talento, convinta della tua visione.  Una mano ferma portava i tuoi versi, un orecchio acuto metteva alla prova la loro musica. [...] In una parola eri un'artista. E perciò rimaneva sempre aperto un sentiero, perché da esso potesse giungere quel fiero visitatore che di tanto in tanto arrivava e fondeva i tuoi versi in quell'insieme indissolubile che nessuna mano può spezzare:

Portatemi i papaveri traboccanti di sogno
e di morte, e quell'edera che inghirlandando soffoca
e le primule che si aprono alla luna

Infatti è così strano l'ordine delle cose, così grande il miracolo della poesia, che alcune di queste liriche che tu scrivevi nella tua stanzetta ritirata staranno ancora in piedi, nella loro perfetta simmetria, quando il monumento al principe consorte sarà polvere e rovine. [...]  Quando Torrington Square sarà forse uno scoglio di corallo e i pesci entreranno ed usciranno là dove si trovavano le finestre della tua stanza,  o forse la foresta si sarà impossessata di quei pavimenti, e il vombato e il tasso passeggeranno su piedi morbidi e incerti, fra la verde boscaglia intrecciata all'inferriata del tuo giardinetto.  Considerando tutto ciò e per tornare alla tua biografia, se io fossi stata presente quando la signora Tebbs offriva il suo tè, e se una donna anziana e bassa vestita di nero si fosse alzata e sporta fino in mezzo alla sala, sono certa che avrei commesso qualche indiscrezione, per esempio avrei rotto un tagliacarte o una tazzina, nell'increscioso ardore dell'ammirazione, sentendo quella donna che diceva - Io sono Christina Rossetti -

Virginia Woolf, da In Between, traduzione mia, su adattamento dell'originale di M.A. Saracino, Einaudi, Torino 1995


Emma Florence Harrison - A Birthday
An illustration to Christina Rossetti’s poem ‘A Birthday’.




giovedì 25 ottobre 2012

ottobre

Nicolas de Stael. Landscape. 1951

Sono più miti le mattine
E più scure diventano le noci
E le bacche hanno un viso più rotondo,
La rosa non è più nella città.
L’acero indossa una sciarpa più gaia,
E la campagna una gonna scarlatta.
Ed anch’io, per non essere antiquata,
Mi metterò un gioiello.

Emily Dickinson


lunedì 22 ottobre 2012

ORFEO. EURIDICE. HERMES

Rubens, Orfeo e Euridice

Era la strana miniera delle anime.
Simili a silenziose vene d’argento
ne penetravano la tenebra. Tra radici
scaturiva il sangue che sale verso gli uomini
e greve come porfido appariva nella tenebra.
Nient’altro era rosso.

C’erano rocce
e boschi inanimati. Ponti sopra il vuoto
e quello sconfinato e grigio stagno
cieco che pendeva sul suo fondo lontano
come cielo di pioggia su un paesaggio.
Tra i prati, placida e colma di indulgenza,
biancheggiava pallida la striscia di un unico
sentiero, stesa nella sua lunga incertezza.

Venivano per quest’unico sentiero.

Avanti agile l’uomo col mantello azzurro,
muto e impaziente, gli occhi dinanzi a sé.
Senza masticarlo, il suo passo divorava
il sentiero a grandi morsi, le sue mani
chiuse pendevano grevi dalle pieghe
della veste, ignare ormai della lieve
lira ch’era sbocciata alla sua sinistra
come cespo di rose tra i rami d’olivo.
E i suoi sensi erano come lacerati:
lo sguardo correva innanzi come un cane,
si volgeva e gli era accosto, poi di nuovo
lontano, per fermarsi in attesa alla prima svolta –
come un odore l’udito gli restava alle spalle.
A tratti gli pareva di sentir giungere
il passo degli altri due che dovevano
seguirlo in salita lungo lo stesso sentiero.
Poi dietro a sé solo l’eco dell’ascesa,
e il suo mantello sollevato dal vento.
Si diceva – verranno; e lo diceva ad alta voce,
e subito udiva il suono smorzarsi.
Eppure venivano, due nel terribile silenzio
di un lento andare. Se avesse potuto volgersi
anche solo una volta (se guardare indietro
non fosse già la rovina dell’impresa
ancor prima di compierla) li avrebbe visti
in un leggero attardarsi senza parole:

Il dio dei passaggi e del messaggio
lontano, l’elmo sugli occhi chiari,
l’agile bastone proteso in avanti,
e alle caviglie il battito d’ali;
e affidata alla sua mano sinistra: lei.

Lei così tanto amata da trarre più lamento
da una sola lira che da donne in lutto;
da fare mondo dal lamento, dove tutto
era ancora una volta: bosco e valle,
sentiero e villaggio, campo e fiume e animale;
e intorno a questo mondo lamento,
come intorno all’altra terra, roteavano
un sole e un cielo silenzioso d’astri,
un cielo lamento dalle stelle sfigurate:
Lei così tanto amata.

Ma veniva per mano al dio, il passo
costretto dalle lunghe bende funebri,
incerta, docile e senza impazienza.
Era in sé, come una più alta speranza,
dimentica dell’uomo che la precedeva,
come del sentiero che risaliva alla vita.
Era in sé. E il suo essere morta
la ingravidava come pienezza.
Simile a un dolce frutto di tenebra,
era così piena della sua grande morte,
tanto nuova che niente comprendeva.

Era in una nuova adolescenza,
e intoccabile; il suo sesso era chiuso
come un giovane fiore prima di sera,
e le sue mani tanto disavvezze
alle nozze che persino l’impercettibile
sfiorarla di quel contatto divino
la feriva per troppa intimità.

Non era già più la donna bionda
evocata talvolta nei canti del poeta,
né più profumo e isola dell’ampio letto
né più proprietà di quell’uomo.

Era già sciolta come lunga capigliatura,
sparsa come pioggia che cade,
come provvista infinitamente ripartita.

Era già radice.

E quando all’improvviso il dio
la trattenne, pronunciando con voce
dolente le parole: “si è voltato” –,
non comprese e disse piano: “chi?”.

Ma lontano, come tenebra sulla soglia
chiara,  stava qualcuno irriconoscibile
in viso. Stava e guardava, lungo la striscia
di un cammino erboso, il dio del messaggio
con occhi colmi di tristezza volgersi
in silenzio a seguir la figura di lei che
già tornava per quel sentiero, il passo
costretto dalle lunghe bende funebri,
incerta, docile e senza impazienza.


Rainer Maria Rilke, Orfeo. Euridice. Hermes


                                                                                                   
                                                                                                             

martedì 2 ottobre 2012

TUTTOMONDO



Il mio contributo al mondo è la mia abilità nel disegnare. Dipingere è ancora sostanzialmente la stessa identica cosa che ai tempi della preistoria. Riunisce l'uomo e il mondo. Vive nella magia. K.H

TUTTOMONDO. 
Keith Haring a Pisa
Una mostra, una piazza, il restauro
 Palazzo Blu 
29 settembre 2012 – 11 novembre 2012


Sei serigrafie firmate Keith Haring, direttamente dal Keith Haring Studio di New York a Palazzo Blu per ricordare l’artista pop americano, e celebrare il restauro del murale Tuttomondo, l’ultima grande opera pubblica realizzata da Haring nell’estate del 1989.



Keith Haring, Convento di Sant' Antonio Abate,Pisa
TUTTOMONDO

venerdì 28 settembre 2012

tra fantasia e sogno

La Venere di Milo, Museo del Louvre, Parigi

Non appena l'alba, e l'alba spunto' molto presto, dipinse di rosa l'accoglienza degli dei mutili nel giardino, Sir Benjamin lascio' la stanza per esaminare i danni alla luce del giorno.  Non si sentiva molto bene.  Il peso degli anni cominciava a gravargli.  La maschera rabelaisiana che aveva portato, la posa del mangiatore gargantuesco e del bevitore pantagruelico stavano diventando tutti atteggiamenti un po' troppo studiati.  Doveva finalmente ammettere che il suo stomaco non era piu' quello di un tempo.  Un pasto anche modesto - diciamo una "fiorentina" ai ferri o un paio di fagiani - gli dava una punturina di pirosi.  Non tollerava piu' vino e liquori nella quantita' di una volta.  Tre bottiglie di Borgogna gli annebbiavano un po' le idee e lo predisponevano al litigio.
Il futuro, seguitava a rimuginare.  Il futuro rodeva il passato fino a ingestione completa, e a lui questo incuteva spavento.  Paventava la conquista e la distruzione del passato, degli dei del passato, a opera di forza bruta - una saetta e il crolllo di un albero.  Il futuro gli faceva l'effetto del passeggero zotico di autobus che si e' accaparrato villanamente un posto a sedere e non e' incline ad alzarsi per cederlo ad una signora.  Il futuro era un ghigno contorto e compiaciuto. [...] Il mondo sembrava intestardito a mandare in briciole ogni specchio in cui mirarsi.  Il mondo stava allestendo un gran salone degli specchi per il solo gusto di vedere la moltiplicazione della propria immagine schiantarsi in frantumi che avrebbero cambiato il sorrisetto narcisistico in turpe sogghigno.  La prospettiva del futuro, per Sir. Benjamin, era stomachevole.  [...] Credeva che gli eserciti erano in marcia, i megawatt dai Tannoy rintronanti, la mente collettiva - utensile dell'oligarchia - plasmata sotto l'azione anestetica degli slogan e degli spettacoli di massa.  Gli dei del giardino, con tutta la loro epifania miracolosa di quella notte, erano morti. [...] Ed il mondo, sicuramente, aveva ben altro a cui pensare.


Anthony Burgess, da Due storie di Venere, Rizzoli,  1964, traduzione Liliana Macellari, pp 106-107

Questo libro si fonda su un racconto di Burton - Anatomy of Melancholy, Pt. 3, Sec 2, Mem. I, Subs. I - che egli trasse da Florilegus (1055), "storico onesto del nostro paese, poiche' ne parla con tanta sicurezza, come di un fatto di cui, in quel tempo, l'intera Europa discorreva". 







giovedì 27 settembre 2012

la verita', vi prego, sull'amore

carboncino su carta, disegno  di Victoria (pulciotta)

Dicono alcuni che amore è un bambino
e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo,
e alcuni che è un’assurdità,
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.

Assomiglia a una coppia di pigiami,
o al salame dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare i lama,
o avrà un profumo consolante?
E’ piangente a toccarlo, come un pruno,
o lieve come morbido piumino?
E’ tagliente o ben liscio lungo gli orli?
La verità, vi prego, sull’amore.

I manuali di storia ce ne parlano
in qualche noticina misteriosa,
ma è un argomento assai comune
a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
cronache dei suicidi,
e l’ho visto persino scribacchiato
sul retro degli orari ferroviari.

Ha il latrato di un alsaziano a dieta,
o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle feste, è un finimondo?
Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po’ di pace?
La verità, vi prego, sull’amore.

Sono andato a guardare nel bersò;
lì non c’era mai stato;
ho esplorato il Tamigi a Maidenhead,
e poi l’aria balsamica di Brighton.

Non so che cosa mi cantasse il merlo,
o che cosa dicesse il tulipano,
ma non era nascosto nel pollaio,
e non era nemmeno sotto il letto.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse,
o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
E’ un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
La verità, vi prego, sull’amore.

Quando viene, verrà senza avvisare,
proprio mentre mi sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta,
o là sul bus mi pesterà un piede?
Accadrà come quando cambia il tempo?
Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
La verità, vi prego, sull’amore.


W.H. Auden, da La verita', vi prego sull'amore, Adelphi, Traduzione Gilberto Forti