La scrittura è un rito religioso: è un ordine, una riforma, una rieducazione al riamore per gli altri e per il mondo come sono e come potrebbero essere. Una creazione che non svanisce come una giornata alla macchina da scrivere o in cattedra. La scrittura resta: va sola per il mondo. Tutti la leggono, vi reagiscono come si reagisce a una persona, a una filosofia, a una religione, a un fiore: può piacergli o meno. Può aiutarli o meno. La scrittura prova delle emozioni per dare intensità alla vita: offri di più, indaghi, chiedi, guardi, impari e modelli: ottieni di più: mostri, risposte, colore, forma e sapere. All’inizio è un atto gratuito. […] La cosa peggiore, peggiore di tutte, sarebbe vivere senza scrittura.
Ma certo che Babbo Natale esiste. Solo che non c'è nessuno che possa fare da solo tutto quello che deve fare lui. E allora il Signore ha distribuito i suoi compiti tra tutti noi. Per questo noi siamo tutti Babbo Natale. Io. Tu. Persino tuo cugino Billy Bob. E adesso dormi. Conta le stelle. Pensa a cose più serene. Alla neve, per esempio." da Un Natale di Truman Capote
Alcune delle 38 colonne che componevano il Tempio di Ercole, nella Valle dei Templi di Agrigento
Pic by Me.
La vita non si racconta, te l'ho già detto, la vita si vive, e mentre la vivi è già persa, è scappata.
La vita non è in ordine alfabetico come credete voi. Appare... un po' qua e un po' là, come meglio crede, sono briciole, il problema è raccoglierle dopo, è un mucchietto di sabbia, e qual è il granello che sostiene l'altro? A volte quello che sta sul cocuzzolo e sembra sorretto da tutto il mucchietto, è proprio lui che tiene insieme tutti gli altri, perché quel mucchietto non ubbidisce alle leggi della fisica, togli il granello che credevi non sorreggesse niente e crolla tutto, la sabbia scivola, si appiattisce e non ti resta altro che farci ghirigori col dito, degli andirivieni, sentieri che non portano da nessuna parte, e dai e dai, stai lì a tracciare andirivieni, ma dove sarà quel benedetto granello che teneva tutto insieme... e poi un giorno il dito si ferma da sé, non ce la fa più a fare ghirigori, sulla sabbia c'è un tracciato strano, un disegno senza logica e senza costrutto, e ti viene un sospetto, che il senso di tutta quella roba lì erano i ghirigori.
Ho letto la Critica della Ragion Pura con 60 watt nella Beatrixgasse, Locke, Leibniz e Hume nell'oscurità della Biblioteca Nazionale, ammaliata in mezzo a tutti i concetti di tutti i tempi dai Presocratici fino a L'Essere e il Nulla. Ho letto Kafka,Rimbaud e Blake con 25 watt in un albergo di Parigi. Ho letto Freud, Adler e Jung con 360 watt in una strada solitaria di Berlino, accompagnata in sottofondo dagli Studi di Chopin. Ho studiato su una spiaggia vicino a Genova un discorso infiammato sull'espropriazione della proprietà intellettuale. (La carta era piena di macchie di sale e accartocciata dal sole.) Ho letto in tre settimane La Comedie Humaine indebolita dalla febbre e dagli antibiotici a Klagenfurt. Ho letto Proust a Monaco fino all'alba, fino a che gli operai che rifacevano il tetto non irrompevano nella mansarda. Ho letto i moralisti francesi e i logici viennesi con le calze che mi cadevano. Ho letto tutte queste cose fumando 30 sigarette francesi al giorno, dal De Rerum Natura fino a Il Culto Della Ragione. Mi sono occupata di storia e filosofia, medicina e psicologia. Ho lavorato nel manicomio di Steinhof sulle anamnesi dei maniaci depressivi. Ho scritto dispense nell'Aula Magna a solo 6 gradi sopra zero, e a 38 gradi sopra zero ho continuato a prendere appunti. Ho letto dopo essermi lavata la testa Marx e Engels. E completamente ubriaca Lenin. E ho letto turbata, frettolosa giornali e giornali e giornali. E ho letto giornali fin da bambina, davanti alla stufa, mentre si accendeva il fuoco. E giornali e riviste e tascabili dappertutto, in tutte le stazioni, in tutti i treni, tram, omnibus, aerei. Ho letto tutto su tutto, in 4 lingue. E ora liberata da tutto questo mi stendo sul letto e dico: adesso scriverò il libro che non esiste ancora.
Gustav Klimt, L'albero della vita "Vorrei trovare una espressione della dualità, perchè in questo
per me consiste la vita, nel fluttuare tra due poli. Vorrei far vedere la
varietà del mondo e ricordare che al fondo della varietà vi è una unità."
Appena giunto in paradiso Pictor si trovò dinanzi ad
un albero che era insieme uomo e donna. Pictor salutò l’albero con reverenza e
chiese: "Sei tu l’albero della vita?". Ma quando, invece dell’albero, volle
rispondergli il serpente, egli si voltò e andò oltre. Era tutt'occhi, ogni
cosa gli piaceva moltissimo. Sentiva chiaramente di trovarsi nella patria e alla
fonte della vita. E di nuovo vide un albero, che era insieme sole e luna. Pictor
chiese:" Sei tu l’albero della vita?" Il sole annuì e la luna sorrise. Fiori
meravigliosi lo guardavano, con una moltitudine di colori e di luminosi sorrisi,
con una moltitudine di occhi e di visi. Alcuni annuivano e ridevano, altri
non annuivano e non sorridevano, ebbri tacevano, in se stessi si perdevano, nel
loro profumo si fondevano. Uno dei fiori aveva grandi occhi blu, un altro
ricordava il primo amore. Tra tutti questi fiori Pictor stava pieno di
struggimento e di gioia inquieta e il suo cuore batteva forte, batteva tanto, il
suo desiderio ardeva verso l’ignoto, verso il magicamente prefigurato.
Pictor scorse un uccello sull'erba posato, ammantato di luminosi colori e
all’uccello variopinto chiese: "Uccello dove è la felicità?". "La felicità?",
disse il bell'uccello e rise con il suo becco dorato: "la felicità, amico, è
ovunque, sui monti e nelle valli, nei fiori e nei cristalli". Con queste
parole l’uccello spensierato scosse le piume, allungò il collo, agitò la coda,
socchiuse gli occhi ed ecco era diventato un fiore, e subito l’uccello-fiore
variopinto, nella gloria dei colori si era fatto pianta, le piume si erano
trasformate in foglie, le unghie in radici. E subito il fiore-uccello
cominciò a muovere le foglie e i pistilli, già era stanco dei suoi pistilli e
scuotendosi un po' si innalzò e fu una splendente farfalla che si cullò
nell'aria. Ma l’allegra farfalla, fiore, uccello, scese a terra lieve come un
fiocco di neve e si trasformò in un cristallo che irradiava luce rossa.
Pictor prese la pietra e la tirò a sè, strisciando dall’albero il serpente
gli sibilò: "La pietra ti trasforma in quello che vuoi, presto, chiedile il tuo
desiderio. Pictor si spaventò e temette di veder svanire la sua fortuna. Rapido
disse la parola e si trasformò in albero, giacchè più di una volta aveva
desiderato essere albero, perchè gli alberi gli apparivano così pieni di pace,
di forza e di dignità. Pictor divenne albero, penetrò con le radici nella
terra e si allungò verso l’alto. Era contento. Passarono molti anni prima che si
accorgesse che la sua felicità non era perfetta. Vide infatti che intorno a lui
nel Paradiso, gran parte degli esseri si trasformava assai spesso, che tutto
scorreva in un flusso di perenni trasformazioni. Lui, invece, l’albero Pictor,
non poteva più trasformarsi. Da quel momento la sua felicità svanì e iniziò
ad invecchiare. Assunse un aspetto serio e afflitto, che si può osservare anche
negli uccelli, negli esseri umani e in tutti gli esseri, quando non posseggono
il dono della trasformazione, tanto che perdono ogni bellezza. Un bel giorno
una fanciulla si perse in paradiso, cantando e ballando correva tra gli alberi:
non aveva mai pensato di desiderare il dono della trasformazione. Quando si
appoggiò all’albero Pictor, egli sentì un desiderio di felicità ed era come se
il suo stesso sangue gli dicesse: "Ritorna in te! Ricordati di tutta la tua
vita, trovane il senso, altrimenti sarà tardi." Rammemorò i suoi anni di uomo,
il suo cammino in Paradiso e quell’istante in cui aveva avuto in mano la pietra
fatata. La fanciulla si sentiva attratta dall’albero. Esso le appariva bello,
forte e solitario, nobile nella sua muta tristezza. Ella si appoggiò e iniziò a
piangere. Perchè doveva soffrire così e il suo cuore voleva spaccarle il petto e
andare a fondersi con lui? Venne l’uccello e la fanciulla vide cadere un
rubino e appena lo prese si avverò il suo desiderio. La bella fu presa, svanì e
divenne tutt’uno con l’albero, si affacciò al suo tronco come giovane ramo. Ora
tutto era a posto, solo ora era stato trovato il paradiso, Pictor non era più un
vecchio albero intristito: ora cantava forte Pictoria, Vittoria. Era
trasformato, e poichè aveva raggiunto la vera, l’eterna trasformazione, poichè
da metà era divenuto un tutto, da quel momento potè continuare a trasformarsi
quanto voleva. Divenne capriolo, divenne pesce, divenne uomo e serpente,
nuvola e uccello. Ma in ogni forma era intero, era coppia, aveva in sè luna e
sole, uomo e donna, scorreva come fiume gemello per le terre, stava come stella
doppia in cielo. Questa "Favola d’amore " di Herman Hesse rappresenta
qualcosa di vissuto e non di inventato. L'autore, che fu in analisi dal
Dott.Jung, la dedicò alla cantante mozartiana Ruth Wenger, nel 1922, poco dopo
aver scritto Siddharta. La favola parla della conoscenza, che, per colui che
la possiede realmente, non è nulla di verbale, bensì realtà vissuta, che
permette all’uomo di accedere ad un superiore piano di consapevolezza che
comprende tutti i precedenti. Ma Pictor, non ancora pronto a comprendere
l’esempio dell’uccello fiore farfalla mutante, assume dall’esterno la felicità,
e scambia la libertà di una perenne trasformazione, di una tensione continua
della vita, per una quiete, un incanto raggiunto una volta per tutte. Pictor
rappresenta l'eroe che nel suo percorso deve calarsi nella staticità del reale,
per apprezzare il valore del divenire. Ma chi cresce e si fa consapevole impara
- scrive Hesse - "a non desiderare essere altro di ciò che egli è. Questa è
patria e felicità". Abbiamo bisogno di peccare, di uscire dall'Eden e
riconoscere che la stasi è la nostra morte e ci rende vecchi e tristi, perchè ci
spegne. Ma i nostri goffi tentativi di bloccare il flusso vitale, non portano
frutto e ci spingono a trovare tutto dentro di noi, a farci interi, in una
unione di opposti umana ed universale insieme, per recuperare il fremito della
vita che vuole solo essere percepita, da ognuno, come una favola d'amore.