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mercoledì 23 gennaio 2013

ho smesso di contare le volte in cui...

Ho smesso di contare le volte in cui, arrivata alla seconda riga, ho cancellato e riscritto tutto nuovamente. Cercavo un inizio ad effetto, qualcosa di poetico e vero allo stesso tempo, qualcosa di grandioso, ma agli occhi. Non ci sono riuscita. Poi ho capito, ricordando ciò che non avevo mai saputo: che per i grandi cuori che muoiono nel corpo ma che continuano a battere nel respiro della notte, non ci sono canoni o bellezze regolari, armonie esteriori, ma tuoni e temporali devastanti che portano ad illuminare un fiore, nascosto, di struggente bellezza.

[Frida Kahlo a Diego Rivera]




sabato 8 dicembre 2012

...io volevo anche essere muto con te

all my love, mohsen daemi

Quando ti ho incontrato, eri per me l’una e l’altra cosa: il Senso e
lo Spirito. Essi non si separano mai, (...).
Sei e resti la giustificazione del mio Dire.
Ma solo questo, il Parlare, non è assolutamente nulla, io volevo anche
essere muto con te.

[Paul Celan a Ingeborg Bachmann, Corrispondenze]





martedì 4 dicembre 2012


Jean-Michel Basquiat, Eggs and Eyes, 1983


La nozione di chiarezza, per nostra disgrazia, pare essere intrinsecamente e fatalmente oscura.


Edoardo Sanguineti 





mercoledì 7 novembre 2012

Magia della Parola



Mezzanotte circa.
Dietro la Custom House, a Dublino, in Mabbot street, c'e' la zona dei bordelli. Richiami inequivocabili.
Vertigini di Stephen, che si ferma improvvisamente. Parla. Ma a parlare e' il suo inconscio. E Joyce cosi' introduce Stephen che parla - "La stanza gli volteggia intorno in senso inverso. Occhi chiusi, traballa. Binari rossi volano via nello spazio. Stelle intorno a soli girano tutte in giro. Zanzarine fulgide danzano sul muro."
Ed e' con la madre che inconsciamente Stephen parla. Con la madre morta. Strano rapporto di Joyce con la madre: per affermare se stesso e il suo laicismo, si era rifiutato di inginocchiarsi e di pregare dinanzi alla madre morente, e la madre morente lo aveva supplicato di inginocchiarsi e pregare per lei.
Un amore, alla fine, sciupato da quel tradimento.
E con l'amore tradito, un lungo senso di colpa: sin dall'inizio dell' Ulysses, sin dal primo episodio ambientato nella torre di Sandycove.
Mentre Buck Mulligan si rade, Joyce-Stephen guarda il mare e l'immagine dell'acqua del mare si confonde con quella del vomito della madre.
Ma quale la parola per un laico come Stephen?
Fuori dal bordello continua la vita vera - "Bloom libero' Stephen dalla maggior parte dei trucioli e gli porse cappello e bastone e in genere lo rimise in piedi alla maniera del buon Samaritano".
Il richiamo alla parabola evangelica ha un suo significato. Mr. Bloom e Stephen si aiutano, entrambi sono disponibili all'incontro: perche' la loro patria e' la strada, perche' non hanno mete, perche' dell'andar vagando hanno fatto il proprio stile di vita.
Nomadi come il buon Samaritano, che si ferma ad aiutare colui che sta per morire bastonato dai ladri, a differenza del sacerdote e del levita che hanno invece mete precise da raggiungere. Come il buon Samaritano, pronti a dare, non a chiedere. Pieni d'amore e alla ricerca dell'amore. Pieni d'amore, anche senza l'amore degli altri.
Ma che importa?
Posseggono la parola, che li assiste nella vita, che gli consente di frequentare il bordello di Bella Cohen, di trasformarsi in porci e poi di riacquistare sembianze umane   lasciando che l'inconscio ricordi o rimuova l'amore desiderato.
E pero', forse per questo, un amore senza fine, che non ha oggetto su cui appuntarsi. E consumarsi.

PB
[14.01.2012]




"Old father, old artificer, stand me now and ever in good stead"


martedì 4 settembre 2012

AL VOLO [senza ali]


Henri Matisse, Icaro


Al volo!...senza ali...Tua Icar[a]

In quell'attimo eterno siamo chiusi in noi, ma un universo intero ci gira intorno, avvolgendoci. Non me ne rendo conto, ma gia' lampeggia il sospetto di dopo. Se un granello di equilibrio venisse meno, una pulsazione d'amore fallisse, precipiterei nella realta' degli ingranaggi.....................[PR]
 2.II.2012




...do the walk of life!


giovedì 28 giugno 2012

sguardi oltre l'immagine [III]


Ho smesso di contare le volte in cui, arrivata alla seconda riga, ho cancellato e riscritto tutto nuovamente. Cercavo un inizio ad effetto, qualcosa di poetico e vero allo stesso tempo, qualcosa di grandioso, ma agli occhi. Non ci sono riuscita. Poi ho capito, ricordando ciò che non avevo mai saputo: che per i grandi cuori che muoiono nel corpo ma che continuano a battere nel respiro della notte, non ci sono canoni o bellezze regolari, armonie esteriori, ma tuoni e temporali devastanti che portano ad illuminare un fiore, nascosto, di struggente bellezza.

Frida Kahlo


mercoledì 27 giugno 2012

sguardi oltre l' immagine [II]

Diego Rivera, Ritratto di Frida Kalho

Nella saliva nella carta nell’eclisse. In tutte le linee in tutti i colori in tutti i boccali nel mio petto fuori, dentro nel calamaio – nelle difficoltà a scrivere nello stupore dei miei occhi nelle ultime lune del sole (il sole non ha lune) in tutto. Dire “in tutto” è stupido e magnifico.  Nella mia bocca nel mio cuore – nella mia follia – nel mio sogno nella carta assorbente – nella punta della penna nelle matite – nei paesaggi – nel cibo – nel metallo nell’immaginazione– nelle rotture – nei suoi pretesti nei suoi occhi – nella sua bocca nelle sue parole.

Frida Kahlo @ Diego Rivera









sguardi oltre l' immagine [I]


 Picasso, Ritratto di Dora Maar, 1937, Parigi, Museo Picasso 



Ricordo gli anni della guerra in cui non siamo mai usciti da Parigi. Alle volte quando la notte era tranquilla salivamo sul tetto dell’atelier dei Grands-Augustins. Il coprifuoco restituiva la città all’oscurità e al silenzio delle sue origini. Mai come allora il nostro osservatorio ci era sembrato sospeso sull’abisso. Picasso fantasticava su viaggi da fare. L’America non lo incuriosiva - non aveva la mentalità di un globetrotter, lui. Per lui l’avventura si svolgeva tra le pareti del suo atelier. Ma la Spagna gli mancava atrocemente. 

Dora Maar






giovedì 5 aprile 2012

Virginia Woolf - da Orlando


Profondamente sospirò e si gettò – c’era nei suoi gesti una passione che merita la parola – sul nudo suolo ai piedi della quercia. Godeva nel sentire, sotto l’effimera apparenza dell’estate, la spina dorsale della terra; ché tale era per lui la dura radice della quercia, oppure – l’immagine seguendo l’immagine – era il dorso d’un gran destriero che cavalcava; o la tolda di una nave in preda alle onde; qualsiasi cosa, insomma, purché solida, poiché egli anelava a qualche cosa cui ormeggiare il suo fluttuante cuore; quel cuore che ogni sera in quella stagione, quando s’aggirava per le campagne, pareva ricolmo di aromatiche e languide sensazioni d’amore. Alla quercia egli lo legò, e, standosene così disteso, a poco a poco il pulsare scomposto, entro di lui e intorno, si calmò; sostarono sospese le esigue foglie, si fermò il daino; si arrestarono le pallide nuvole d’estate; le membra gli si appesantirono sul suolo; e giacque così immoto che passo passo il daino s’appressò, le cornacchie roteando scesero sul suo capo, le rondini si tuffarono e volteggiarono, il sussurro delle libellule lo sfiorò, quasi tutta la fertilità e il tripudio d’amore della sera d’estate tessessero la propria trama intorno al suo corpo.


mercoledì 4 aprile 2012

Storie




Mi piacciono le storie. Sono anche un ottimo ascoltatore di storie. So sempre, anche se a volte resta vago, quando un'anima o un personaggio sta viaggiando in aria e ha bisogno di me per raccontarsi. Ascoltare e raccontare, è un po' la stessa cosa. Bisogna essere disponibile, lasciare sempre la sua immaginazione aperta. Le mie storie, i miei libri, li ho semplicemente accolti. Lo sapevate: credo nelle muse. Ho un immenso affetto per i miei ospiti notturni. Li tratto come ospiti di riguardo.

Antonio Tabucchi

martedì 3 aprile 2012

RED in RED


Forse quando sentiamo che vogliamo tutto è perché siamo 


vicini a non volere niente. Il non volere niente ha due 


estremi: o uno è del tutto realizzato e ricco e 

ha una tale quantità di mondi interiori che quello esteriore 

non gli serve per provare gioia, perché la gioia emana dal 

centro del suo essere; oppure uno è morto e marcito dentro 

e questo mondo non ha niente da dargli.      




  Sylvia Plath, Diari

lunedì 2 aprile 2012

La luna blu


Vorrei baciarti come un giuramento da spergiurare: – Non accadrà più – e sapere che sarà quest’attesa a far combaciare perfettamente le labbra ancor prima del tempo scelto da noi per noi. Baciami, avida di tutto quello che vuoi sapere di me e a parole non ti dico. Baciami, umida di voglie di mare a divenire spuma, perché il tempo è un tiranno inesorabile, il tempo è atroce carnefice di secondi in attesa di essere consumati dalla carne. Slacciami i respiri, infila la mano nelle mie cose, mentre provi ad addomesticarmi e ti accorgi che non puoi .... Baciami, sporca di sogni densi, lucidi e incoscienti, baciami piena, dura, scorrevole, come sono le mie mani prensili di vita. Non lasciar morire i miei domani di anoressici respiri, falli mangiare attraverso muscoli di avidità, incidili di buoni umori, lasciami ricordare com’è il tuo odore quando non ci sei. Inginocchiati sul mio destino che non concede di venire in fretta, non si lascia gestire né gestisce, si prende la testa e l’anima. Per una volta almeno. Se faccio il faro tu fai la luna, illuminiamoci attraverso, che aspettarsi è un modo di restare legati nel tempo. Nei nostri corpi vivono tante vite in segreto non solo una, le scopriamo poco a poco, assaporandoci, studiando i modi, quando siamo insicuri di essere davvero sicuri di noi stessi. Non voglio più recitare un copione che si ripete, la stessa parte, sempre uguale. Mescolo le mie vite, il corpo resta uno e come una roulette russa gioco a eliminarmi. Ogni inizio è già iniziato dal dolore, non siamo vergini ai fenomeni dell’amore. Per una volta almeno raccontami una favola vera, per una volta almeno, fammi morire di te.

Massimo Bisotti da “La luna blu”




venerdì 2 marzo 2012

L' altra Euridice


Voi avete vinto, uomini del fuori, e avete rifatto le storie come piace a voi, per condannare noi del dentro al ruolo che vi piace attribuirci, di potenze delle tenebre e della morte, e il nome che ci avete dato, gli Inferi, lo caricate di accenti funesti. Certo, se tutti dimenticheranno cosa veramente accadde tra noi, tra Euridice e Orfeo e me Plutone, quella storia tutta all'incontrario da come la raccontate voi, se veramente nessuno più ricorderà che Euridice era una di noi e che mai aveva abitato la superficie della Terra prima che Orfeo me la rapisse con le sue musiche menzognere, allora il nostro antico sogno di fare della Terra una sfera vivente sarà definitivamente perduto. Già quasi nessuno ormai ricorda cosa voleva dire far vivere la Terra: non quello che credete voi, paghi dello spolverio di vita che s'è posato sul confine tra la terra l'acqua l'aria. Io volevo che la vita si espandesse dal centro della terra, si propagasse alle sfere concentriche che la compongono, circolasse tra i metalli fluidi e compatti. Questo era il sogno di Plutone. Solo così sarebbe diventata un enorme organismo vivente, la Terra, solo così si sarebbe evitata quella condizione di precario esilio cui la vita ha dovuto ridursi, con il peso opaco di una palla di pietra inanimata sotto di sé, e sopra il vuoto. […]La Terra, dentro, non è compatta: è discontinua, fatta di bucce sovrapposte di densità diverse, fin giù al nucleo di ferro e nichel, che è pur esso un sistema di nuclei uno dentro l'altro e ognuno ruota separato dall' altro a seconda della maggiore o minore fluidità dell' elemento.Vi fate chiamare terrestri, non si sa con che diritto: perché il vero nome vostro sarebbe extraterrestri, gente che sta fuori: terrestre è chi vive dentro, come me e come Euridice, fino al giorno in cui me l'avete portata via, ingannandola, in quel vostro fuori desolato.Il regno di Plutone è questo, perché io è qua dentro che ho sempre vissuto, insieme ad Euridice prima, e poi da solo, in una di queste terre interne. Un cielo di pietra ruotava sopra le nostre teste, più limpido del vostro, e attraversato, come il vostro, da nuvole, là dove s'addensano sospensioni di cromo o di magnesio. […]A tratti il buio è solcato da un zig zag infuocato: non è un fulmine, è metallo incandescente che serpeggia giù per una vena. Consideravamo terra la sfera interna sulla quale accadeva di posarci, e cielo la sfera che circonda quella sfera: tal quale a come fate voi, insomma, ma da noi queste distinzioni erano sempre provvisorie, arbitrarie, dato che la consistenza degli elementi cambiava di continuo, e a un certo momento ci accorgevamo che il nostro cielo era duro e compatto, una macina che ci schiacciava, mentre la terra era una colla vischiosa, agitata da gorghi, pullulante di bolle gassose. Io cercavo d'approfittare delle colate d'elementi più pesanti per avvicinarmi al vero centro della Terra, al nucleo che fa da nucleo di ogni nucleo, e tenevo per mano Euridice, guidandola nella discesa. Ma ogni infiltrazione che apriva la sua via verso l'interno, scalzava dell'altro materiale e l'obbligava a risalire verso la superficie: alle volte nel nostro sprofondare venivamo avvolti dall' ondata che zampillava verso gli strati superiori e che ci arrotolava nel suo ricciolo. […]Finché non ci ritrovavamo sostenuti da un altro suolo e sovrastati da un altro cielo di pietra, senza sapere se eravamo più in alto o più in basso del punto donde eravamo partiti.Euridice appena vedeva sopra di noi il metallo di un nuovo cielo farsi fluido, era presa dall'estro di volare. Si tuffava verso l'alto, attraversava a nuoto la cupola di un primo cielo, d'un altro, di un terzo, s'aggrappava alle stalattiti che pendevano dalle volte più alte. Io le tenevo dietro, un po' per secondare il suo gioco, un po' per ricordarle di riprendere il nostro cammino in senso opposto. Certo, anche Euridice era convinta come me che il punto cui dovevamo tendere era il centro della Terra. Solo raggiunto il centro potevamo dire nostro tutto il pianeta. Eravamo i capostipiti della vita terrestre e per questo dovevamo incominciare a render la Terra vivente dal suo nucleo, irradiando via via la nostra condizione a tutto il globo. Alla vita terrestre, tendevamo, cioè della Terra e nella Terra; non a ciò che spunta dalla superficie e voi credete di poter chiamare vita terrestre mentre è solo una muffa che dilata le sue macchie sulla scorza rugosa della mela.Sotto i cieli di basalto già vedevamo sorgere le città plutoniche che avremmo fondato, circondate da mura di diaspro, città sferiche e concentriche, naviganti, su oceani di mercurio, attraversate da fiumi di lava incandescente. Era un corpo vivente-città-macchina che volevamo crescesse e occupasse tutto il globo. […]
Era il regno della diversità e della totalità che doveva prendere origine da quelle mescolanze e vibrazioni: era il regno del silenzio e della musica. Vibrazioni continue, propagantesi con diversa lentezza, a seconda delle profondità e della discontinuità dei materiali, avrebbero increspato il nostro grande silenzio, l'avrebbero trasformato nella musica incessante del mondo, nella quale si sarebbero armonizzate le voci profonde degli elementi.Questo per dirvi com'è sbagliata la vostra via, la vostra vita, dove lavoro e godimento sono in contrasto, dove la musica e il rumore sono divisi; questo per dirvi come fin da allora le cose fossero chiare, e il canto di Orfeo non fosse altro che un segno di questo vostro mondo parziale e diviso. Perché Euridice cadde nella trappola? Apparteneva interamente al nostro mondo, Euridice, ma la sua indole incantata la portava a prediligere ogni stato di sospensione, e appena le era dato di librarsi in volo, in balzi, in scalate dei camini vulcanici, la si vedeva atteggiare la sua persona in torsioni e falcate e cabrate e contorsioni.I luoghi di confine, i passaggi da uno strato terrestre all' altro, le davano una sottile vertigine. Ho detto che la Terra è fatta di tetti sovrapposti, come involucri di un cipollone immenso, e che ogni tetto rimanda a un tetto superiore, e tutti insieme preannunciano il tetto estremo, là dove la Terra finisce d'esser Terra, dove tutto il dentro resta al di qua, e al di là c'è solo il fuori. […]Per noi allora questo confine era qualcosa che si sapeva che c'era ma non immaginavamo di poter vedere, a meno d'uscire dalla Terra, prospettiva che ci pareva, ancor più che paurosa, assurda. Era là che veniva proiettato in eruzioni e zampilli bituminosi e soffioni tutto ciò che la Terra espelleva dalle sue viscere: gas, miscele liquide, elementi volatili, materiali di poco conto, rifiuti d'ogni genere. Era il negativo del mondo, qualcosa che non potevamo raffIgurare nemmeno col pensiero, e la cui astratta idea bastava a provocare un brivido di disgusto, no: d'angoscia, o meglio, uno stordimento, una - appunto - vertigine (ecco, le nostre reazioni erano più complicate di quello che si può credere, specialmente quelle di Euridice), e vi s’insinuava una parte di fascinazione, come un'attrazione del vuoto, del bi-fronte, dell'ultimo.Seguendo Euridice in questi suoi estri vaganti, infilammo la gola di un vulcano spento. Sopra di noi, attraversando come una strozzatura di clessidra, s'aperse la cavità del cratere, grumosa e grigia, un paesaggio non molto diverso, per forma e sostanza, dai soliti delle nostre profondità; ma ciò che ci fece restare attoniti era il fatto che la Terra lì si fermava, non ricominciava a gravare su se stessa sotto altro aspetto, e di lì in poi cominciava il vuoto: o comunque una sostanza incomparabilmente più tenue di quelle che avevamo fino allora attraversato, una sostanza trasparente e vibrante, l'aria azzurra.Furono queste vibrazioni a perdere Euridice, così diverse da quelle che si propagano lente attraverso il granito e il basalto, diverse da tutti gli schiocchi, i clangori, i cupi rimbombi che percorrono torpidamente le masse dei metalli fusi o le muraglie cristalline. Qui le venivano incontro come uno scoccare di scintille sonore minute e puntiformi che si succedevano a una velocità per noi insostenibile da ogni punto dello spazio: era una specie di solletico che metteva addosso una smania incomposta. Ci prese - o, almeno, mi prese: da qui in poi sono costretto a distinguere gli stati d'animo miei da quelli di Euridice - il desiderio di ritrarci nel nero fondo di silenzio su cui l’eco dei terremoti passa soffice e si perde in lontananza. Ma per Euridice, attratta come sempre dal raro e dall'inconsulto, c'era l'impazienza d'appropriarsi di qualcosa d'unico, buono o cattivo che fosse.Fu in quel momento che scattò l'insidia: oltre l'orlo del cratere l'aria vibrò in modo continuo, anzi in un modo continuo che conteneva più modi discontinui di vibrare. Era un suono che si alzava pieno, si smorzava, riprendeva volume, e in questo modularsi seguiva un disegno invisibile disteso nel tempo come una successione di pieni e vuoti. […]Subito il mio impulso fu di sottrarmi a quel cerchio, di ritornare nella densità ovattata: e scivolai dentro il cratere. Ma Euridice nello stesso istante, aveva preso la corsa su per i dirupi nella direzione da cui proveniva il suono, e prima che io potessi trattenerla aveva superato l'orlo del cratere. O fu un braccio, qualcosa che io potei pensare fosse un braccio, che la ghermì, serpentino, e la trascinò fuori; riuscii a udire un grido, il grido di lei, che si univa al suono di prima, in armonia con esso, in un unico canto che lei e lo sconosciuto cantore intonavano, scandito sulle corde d’uno strumento, scendendo le pendici esterne del vulcano.Non so se quest'immagine corrisponde a ciò che vidi o a ciò che immaginai: stavo già sprofondando nel mio buio, i cieli interni si chiudevano a uno a uno sopra di me: volte silicee, tetti di alluminio, atmosfere di zolfo vischioso; e il variegato silenzio sotterraneo mi echeggiava intorno.Il sollievo a ritrovarmi lontano dal nauseante margine dell'aria e dal supplizio delle onde sonore mi prese insieme alla disperazione d'aver persa Euridice. Ecco, ero solo: non avevo saputo salvarla dallo strazio di esser strappata alla Terra, esposta alla continua percussione di corde tese nell' aria con cui il mondo del vuoto si difende dal vuoto. Il mio sogno di rendere vivente la Terra raggiungendone con Euridice l'ultimo centro era fallito. Euridice era prigioniera, esiliata nelle lande scoperchiate del fuori.[…]
Liberarla diventò il mio solo pensiero: forzare le porte del fuori, invadere coll'interno l'esterno, riannettere Euridice alla materia terrestre, costruire sopra di lei una nuova volta, un nuovo cielo minerale, salvarla dall'inferno di quell' aria vibrante, di quel suono, di quel canto. Spiavo il raccogliersi della lava nella caverne vulcaniche, il premere su per i condotti verticali della crosta terrestre: questa era la via.Venne il giorno dell'eruzione, una torre di lapilli s'innalzò nera nell' aria sopra il Vesuvio decapitato, la lava galoppava sulle vigne del golfo, forzava le porte d'Ercolano, schiacciava il mulattiere e la bestia contro la muraglia, strappava l'avaro alle monete, lo schiavo ai ceppi, il cane stretto dal collare sradicava la catena e cercava scampo nel granaio. Io ero là in mezzo: avanzavo con la lava, la valanga infuocata si frastagliava in lingue, in rivoli, in serpenti, e nella punta che si infiltrava più avanti ero io che correvo alla ricerca di Euridice. Sapevo - qualcosa m'avvertiva - che era ancora prigioniera dello sconosciuto cantore: dove avrei riudito la musica di quello strumento e il timbro di quella voce, là sarebbe stata lei.Correvo trasportato dalla colata di lava tra orti appartati e templi di marmo. Udii il canto e un arpeggio; due voci s'alternavano; riconobbi quella d'Euridice - ma quanto cambiata! - che teneva dietro la voce ignota. Una scritta sull'archivolto in caratteri greci: Orpheos. Sfondai l'uscio, dilagai oltre la soglia. La vidi solo un istante, accanto all'arpa. Il luogo era chiuso e cavo, fatto apposta - si sarebbe detto - perché la musica vi si raccogliesse, come in una conchiglia. Una tenda pesante - di cuoio mi sembrò, anzi imbottita come una trapunta -, chiudeva una finestra in modo da isolare la loro musica dal mondo circostante. Appena entrai, Euridice tirò la tenda di strappo, spalancando la finestra; fuori s'apriva il golfo abbagliante di riflessi e la città e le vie. La luce del mezzogiorno invase la stanza, la luce e i suoni: uno strimpellio di chitarre si levava da ogni parte e l'ondeggiante mugghio di cento altoparlanti, e si mischiavano a un frastagliato scoppiettio di motori. La corazza del rumore s'estendeva di là in poi sulla crosta del globo: la fascia che delimita la vostra vita di superficie, con le antenne inalberate sui tetti a trasformare in suono le onde che percorrono invisibili e inudibili lo spazio, coi transistor appiccicati agli orecchi per riempirli in ogni istante della colla acustica senza la quale non sapete se siete vivi o morti, coi jukebox che immagazzinano e rovesciano suoni, e l'ininterrotta sirena dell'ambulanza che raccoglie ora per ora i feriti della vostra carneficina ininterrotta.Contro questo muro sonoro la lava si fermò. Trafitto dalle spine del reticolato di vibrazioni strepitanti, io feci ancora un movimento avanti verso il punto dove per un istante avevo visto Euridice, ma lei era sparita, sparito il suo rapitore: il canto da cui e di cui vivevano era sommerso dall'irruzione della valanga del rumore, non riuscivo più a distinguere lei né il suo canto.Mi ritirai, muovendomi a ritroso nella colata di lava, risalii le pendici del vulcano, tornai ad abitare il silenzio, a seppellirmi.Ora, voi che vivete fuori, ditemi, se per caso vi accada di cogliere nella fitta pasta di suoni che vi circonda il canto di Euridice, il canto che la tiene prigioniera ed è a sua volta prigioniero del non-canto che massacra tutti i canti, se riuscite a riconoscere la voce di Euridice in cui risuona ancora l'eco lontana della musica silenziosa degli elementi, ditemelo, datemi notizie di lei, voi extraterrestri, voi provvisoriamente vincitori, perché io possa riprendere i miei piani per riportare Euridice al centro della vita terrestre, per ristabilire il regno degli dei del dentro, degli dei che abitano lo spessore denso delle cose, ora che gli dei del fuori e dell' aria rarefatta vi hanno dato tutto quello che potevano dare, ed è chiaro che non basta.

Italo Calvino, da Tutte le cosmicomiche, Mondadori 1997


domenica 22 gennaio 2012

LA MIA LUNA

Van Gogh, Notte stellata


Stasera mi sento  Selene. 
La luna sfarina la notte che lievita nera insonnia e sbriciola le stelle. Bagna pensieri instabili fasi lunari di una nascosta stabilità. Il mio colore è il bianco che si avvolge nell’idealismo pietrificato delle lunari valli. La mia pietra è la perla negli abissi marini che meglio riflette i lunari raggi. Sono in perenne sospensione tra il visibile e l'invisibile. Vivo senza gravità, disconosco [ma amo] il sole.  
PB







venerdì 20 gennaio 2012

A vision of battlements


- What year would that be about?  Mr Bloom interpolated.
Can you recall the boats?
Our soi-distant sailor munched heavily awhile, hungrily, before answering.
- I'm tired of all them rocks in the sea, he said, and boats and ships.  Salt junk all the time.
Tired, seemingly, he ceased.

James Joyce, Ulysses

martedì 17 gennaio 2012

Once upon a time and a very good time it was



Aveva sentito pronunciare solennemente sulla scena e dai pulpiti il nome delle passioni di amore e di odio, lo aveva trovato solennemente scritto nei libri e si era domandato come mai la sua anima era incapace di accogliere quelle passioni per una qualunque durata o di sforzare le labbra a pronunciarne con convinzione i nomi. Una breve ira lo aveva spesso invaso, ma non era mai riuscito a farne una passione duratura e gli era sempre sembrato di sentirsene uscire fuori come se il suo corpo si stesse spogliando con facilità di una qualche pelle o buccia. Aveva sentito una presenza sottile, cupa e mormorante penetrare in lui e infiammarlo di una rapida e peccaminosa libidine: ed anch’essa gli era scivolata via inafferrabile, lasciandogli la mente lucida e indifferente. Questo, gli pareva, era tutto l’amore e tutto l’odio che la sua anima sapesse accogliere. 

James Joyce,  dal Ritratto dell'artista da giovane

sabato 19 novembre 2011

SENZA SPAZIO

Oggi i vapori salgono nella giornata immobile, annullano l'orizzonte nel plumbeo uguale, il cielo scompare e l'acqua nel grigio remoto del simbolo. Mi sento stretta tra la sopravvivenza, le spalle protette da lui, e questa essenza che si chiama "fuori", nell'intiepido malgrado tutto.  Rimane il mare, rasserenato, a darmi un'immagine tangibile dell'accadere dentro di me questo dolore che urlo nell'acqua di piombo. Ma adagio, perche' nessuno mi senta.  A te che te ne vai imperterrito.  I meccanismi psicologici sono la vera storia dell'uomo, quella profonda, quella che genera l'altra.  Ma il mare non e' una finzione: e' d'acqua e oggi ha il colore grigio della placenta. Anche gli angeli vengono dal mare. Anche noi che affermiamo di essere stati creati a immagine e somiglianza di Dio onnipotente.  Onnipotente di che?  di uccidere un amore perche' ne sorga un altro uguale?  Onnipotente e' il dolore mio e della materia messasi testardamente sulla strada della conoscenza. 
[G.S.]


"Ombrosa non c'e' piu'. Guardando il cielo sgombro, mi domando se davvero e' esistita.  Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii, minuto e senza fine, e il cielo solo a sprazzi irregolari e ritagli, forse c'era solo perche' ci passasse mio fratello col suo leggero passo di codibugnolo, era un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo d'inchiostro, come l'ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuscoli come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s'intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed e' finito."
Calvino, Il Barone Rampante