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sabato 19 aprile 2014

Innamorati di Frida!


Nickolas Muray, Frida sulla panchina bianca, 1939

venerdì 28 marzo 2014

alFemminile.rock




Once I had a love and it was a gas
Soon turned out had a heart of glass
Seemed like the real thing, only to find
Mucho mistrust, love's gone behind

Once I had a love and it was divine
Soon found out I was losing my mind
It seemed like the real thing but I was so blind
Mucho mistrust, love's gone behind

In between
What I find is pleasing and I'm feeling fine
Love is so confusing there's no peace of mind
If I fear I'm losing you it's just no good
You teasing like you do

Once I had a love and it was a gas
Soon turned out had a heart of glass
Seemed like the real thing, only to find
Mucho mistrust, love's gone behind

Lost inside
Adorable illusion and I cannot hide
I'm the one you're using, please don't push me aside
We could've made it cruising, yeah

Yeah, riding high on love's true bluish light

Once I had a love and it was a gas
Soon turned out I had a heart of glass [radio version]
Soon turned out to be a pain in the ass [album version]
Seemed like the real thing only to find
Mucho mistrust, love's gone behind





martedì 25 marzo 2014

tradizione e contemporaneità in Oedipus the King di Anthony Burgess


Come è ben noto, il mito di Edipo ispirò  a Sofocle le tragedie Edipo Re e Edipo a Colono, nelle quali rappresenta i grandi temi della vita umana, individuale e sociale.  Edipo ha conosciuto nei secoli una fortuna che va al di  dei motivi puramente letterari, dalla musica al cinema all'arte ed è diventata anche una delle chiavi  freudiane della scoperta delle forze inconscie della psiche.  Tra le opere musicali ispirate alla tragedia di Sofocle, la più significativa  è forse Oedipus Rex di Stravinskij.  
Nel 1973 Burgess ha tradotto in inglese Edipo Re per il Guthrie Theatre di Minneapolis, Oedipus the King.  Ha lavorato dal testo originario greco consultando soltanto un dizionario Greco/Italiano, a conferma della sua grande dimestichezza con le lingue straniere (parlava e scriveva correttamente oltre dieci lingue).  Confrontando la sua traduzione con una traduzione accademica, emerge subito un fatto innovativo: l'unione delle due Tebe - la Greca e la Egiziana - un sincretismo perfetto tale da coinvolgere  il pubblico che è portato a pensare ad una razza unica, nè greca nè  egiziana, ma indoeuropea.  Burgess accresce questo effetto anche attraverso i cori tradotti nella sua erudita ricostruzione dell'Indeuropeo.  L'effetto è un senso peculiare di antichità, di ritorno alle radici,  mischiato però ad un'innovazione linguistica che lo rende moderno oltre ogni contemporaneità
Egli non ha, dunque, tentato di produrre un Edipo classico e tradizionale, ma un'opera che cerca di fondere insieme varie culture, ottenendo così un  risultato, come lui stesso lo ha definito, 'at least rather moving'.  Le numerose rassegne dell'interpretazione edipica-burgessiana a Minneapolis negli anni 70 e 80, sono una dimostrazione di quanto Burgess sia riuscito nel suo intento.   Maddocks sul Time scrisse che il pubblico "have been shaken to the bottom of their atavistic souls by an Oedipus that bleeds and thus lives"

PB






sabato 1 marzo 2014


Lei disse: Dimmi qualcosa di bello!
Lui rispose: (∂ + m) ψ = 0



La risposta è l’equazione di Dirac ed è l’equazione più bella della fisica. Grazie ad essa si descrive il fenomeno dell’Entanglement quantistico. Il principio afferma che: “Se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possono più essere descritti come due sistemi distinti, ma in qualche modo, diventano un unico sistema. In altri termini, quello che accade a uno di loro continua ad influenzare l’altro, anche se distanti chilometri o anni luce”.







venerdì 14 febbraio 2014

giovedì 31 ottobre 2013

L'altro

 
 Piú profonde ferite che a me
inflisse a te il tacere,
piú grandi stelle
ti irretiscono nella loro insidia di sguardi,
piú bianca cenere
giace sulla parola cui hai creduto.

 
Paul Celan

da Conseguito silenzio, Einaudi, 1998, traduzione   Michele Ranchetti
 


 



domenica 27 ottobre 2013

just a perfect day

 

 Lewis Allan Reed (Brooklyn, 2 marzo 1942 – Long Island, 27 ottobre 2013)
 
 
 
 
 



domenica 2 giugno 2013

io credo




Io credo che le persone non si dimenticano. Non puoi dimenticare chi un giorno ti faceva sorridere, chi ti faceva battere il cuore, chi ti faceva piangere per ore intere.
Le persone non si dimenticano. Cambia il modo in cui noi le vediamo, cambia il posto che occupano nel cuore, il posto che occupano nella nostra vita. Ci sono persone che hanno tirato fuori il meglio di me, eppure adesso tra noi c’è solamente un semplice ‘ciao’. Ci sono persone che hanno preso il mio cuore e lo hanno ridotto in mille pezzi, senza nemmeno pensarci due volte. Ci sono persone che sono entrate nella mia vita in punta di piedi e ne sono uscite esattamente nello stesso modo. Ci sono persone che hanno creato un gran casino, che hanno sconvolto i miei piani, che hanno confuso le mie idee. Ci sono persone che nonostante tutto, sono ancora parte della mia vita. Ci sono persone che sono arrivate e non sono più andate via. Ci sono persone che, anche se io non le ho mai sentite, ci sono sempre state. E poi ci sono persone che non fanno ancora parte della mia vita, ma che  un giorno, forse, saranno le persone più importanti per me. Ci sono persone che, nonostante mi abbiano fatto versare lacrime, mi abbiano stravolto la vita, mi hanno insegnato a vivere. Mi hanno insegnato a diventare quella che sono. E, anche se oggi tra noi non resta neanche un sorriso, faranno per sempre parte della mia vita. Io non dimentico nessuno. Non dimentico chi ha toccato con mano, almeno per una volta, la mia vita. Perché se lo hanno fatto, significa che il destino ha voluto che mi scontrassi anche con loro prima di andare avanti.  Joy





lunedì 15 aprile 2013

freedom


Non c'è donna più bella che quella che difende i propri ideali!





POKHARA


La fine della strada

è una locanda sul ciglio della strada
una bancarella in una fila di bancarelle
con luci tremolanti
traffico balbettante
occasionali nubi di polvere

la donna che ti guarda

negli occhi
sta vendendo qualcosa
si allontana
quando capisce
che non puoi comprare

ti perdi il tramonto

sul lago
Marte sorge
sul filo per il bucato
e il portatore lascia le sue scarpe
dietro la tua porta

alla fine della strada

non c’è rifugio sicuro
nessuna accoglienza da eroe
nessuna tazza di tè
alla fine della strada c’è la strada

che si allunga in entrambe le direzioni

nel tuo cuore.

Pokhara, Nepal, ottobre 1988


Jamine Pommy Vega, da “Beat Generation, 67 poesie”, Mondadori – Trad. Massimo Bocchiola







sabato 30 marzo 2013


Incatenati a pensieri
che rimbalzano metallici
come schegge
su cuori di carne




martedì 26 marzo 2013

the last supper



Hyatt Moore, "The Last Supper with Twelve Tribes", sometimes now called The Next Supper,Collection of Loma Linda University, California.  



"L'Ultima Cena con Dodici Tribù" è stata dipinta nel 2000 per commemorare l'inclusione di tutti i popoli sotto Dio. Olio su tela (con acrilico sotto-pittura), 20 x 4,5 feet. Dipinta in British Columbia, Canada, è attualmente in mostra in California.



Raffigurati (da sinistra) sono: Crow del Montana, Berberi del Nord Africa, Masai del Kenya, Cina, Ecuador, Afghanistan, Gesù, Etiopia, Tzeltal del Messico, Canela del Brasile, Papua Nuova Guinea, Salish della British Columbia, Mongolia.




martedì 12 marzo 2013

occhi come peperoni...


To Walter (Wally)

Un giorno ti offrii il rosso dei miei occhi umidi e piccanti come peperoni.
 Adesso, al posto dei peperoni, ho due occhi che sembrano mele Golden Delicious,  
dorate, croccanti e succose in gioia ritrovata. 








MA Translation~Middlesex University


E' con grande piacere che comunico e diffondo il nuovo Seminario Universitario   di Traduzione Poetica e Teatrale tenuto dal Professor Abele Longo.  Qui tutte le informazioni

http://www.mdx.ac.uk/courses/postgraduate/translation/translation_MA.aspx

http://mdxciltra.wordpress.com/2013/02/14/middlesex-interpreting-and-translation-seminars-translating-poetry-and-for-the-theatre/

domenica 17 febbraio 2013



Sshhhushsofsweetswooningotesonlaguidlutepickdoutpaistakingonpiano
yellowingkeyssormoremydovemyloveawaygravediewhydoleavealone
Begin!
[from Joycean Chamber Music]

|enjoy the silence|






mercoledì 13 febbraio 2013

strike dance rise




Mi hai inventata materia

corpo

sostanza inquinante

da smaltire

Demolendo neuroni

flussi ematici

ossigeno

nel tuo convulso

e ristretto

Ego

Ma so rigenerarmi

perché_________mi nutro

mi disseto | CombattoCadoMiRialzo |

del mio

IO

PB




sabato 2 febbraio 2013

Pivano & Beat Generation: a Parigi, di Fernanda Pivano

Pivano, Orlovsky, Ginsberg, Corso - Parigi1961

Ginsberg lo incontrai a Parigi sei anni dopo. Era fermo con Peter Orlovsky e Gregory Corso davanti al Café Le Conti, sotto la scritta dell’Hotel Petit Trianon, dove la rue Dauphine si incrocia con la rue Mazarine, la rue de Buci e la rue Saint-André des Arts. Sottsass e io eravamo andati in rue Dauphine a portare una scatola di marron glacé ad Alice B. Toklas e stavamo tornando in albergo quando dall’altra parte della strada Gregory Corso, che era stato di recente nostro ospite a Milano, si mise a gridare perché ci aveva riconosciuti. Ginsberg, con il quale avevo scambiato molte lettere, non mi aveva mai vista e mi guardava sorpreso; poi mi venne incontro con quel suo sorriso paziente.
Fernanda Pivano con Allen Ginsberg a Parigi, nel 1961
Cinque minuti dopo ci trovammo immersi fuori del tempo e dello spazio, e così restammo per tutti i giorni che rimanemmo a Parigi con loro. Dimenticammo gli appuntamenti, gli impegni più o meno professionali, i programmi che ci eravamo fatti, e passammo ore indimenticabili a passeggiare sui Lungosenna o nel Louvre, nei giardini pubblici o sui boulevard, frugando negli scaffali della libreria La Hune in cerca di riviste così esoteriche da essere introvabili o mettendo sottosopra negozietti in cerca di un riduttore per rasoi elettrici.
Ogni tanto andavamo a mangiare qualcosa e per lo più trovavamo i ristoranti chiusi. Una volta ne trovammo aperto uno algerino ed entrammo in cerca di couscous e a bere il tè alla menta, seduti su panche di legno basse intorno a un tavolo ancora più basso; poi andammo a fumare nella camera di Ginsberg, nel vecchio albergo di rue Gît-le-Coeur, non ancora banalizzato dal risanamento nazionalistico di Parigi: aveva i muri scrostati, le scale a chiocciola sulle quali davano microscopici gabinetti senza finestra, ballatoi senza luce sui quali si aprivano stanze nerastre odorose di marijuana, spesso rintronanti di qualche disco suonato a tutto volume.
Era l’albergo in cui ha vissuto a lungo William Burroughs e dove nel secondo dopoguerra andavano gli americani ribelli di passaggio a Parigi: costava pochi franchi e le camere erano praticamente in comune. A qualunque porta si bussasse apriva qualcuno che si conosceva o comunque conosceva la persona che si cercava. Una volta ero andata a salutare Kerouac e la padrona dell’albergo mi aveva dato il numero della stanza. Ero salita e aveva aperto uno spagnolo. No, mi aveva detto, Kerouac era a Londra, ora in quella camera dormiva Gregory Corso. Ma lei non è Gregory Corso, avevo risposto. E lui, sbalordito: «Non ho mica detto di essere Gregory Corso».
Dopo pochi minuti che si era in quell’atmosfera ci si sentiva totalmente, irrimediabilmente cretini. Le nostre impalcature logiche, le nostre sovrastrutture sociali, i nostri puntelli morali di cartapesta, il nostro presuntuoso fondale di obbedienza civile diventavano inconsistenti come caricature e labili come incubi surrealisti. Ci si accorgeva che la realtà era soltanto quella, fuori del tempo e dello spazio, basata sulla verità dei pensieri e dei bisogni.
Fernanda Pivano con Orlovsky, Ginsberg, Corso (Parigi 1961)
Quando salimmo con Ginsberg nella sua camera ci trovammo alcuni gatti e due ragazzi intenti ad ascoltare un disco. Stavano aspettando Gregory Corso per andare a un party nella camera di sotto. Naturalmente Corso quando arrivò disse che non aveva voglia di andare a nessun party, ma si lasciò trascinare via finché a metà strada si aprì un’altra porta e una ragazza si affacciò per chiedergli di entrare a guardare un quadro. Corso entrò e i due ragazzi tornarono da noi e domandarono a Orlovsky di andare al party al posto di Corso. Orlovsky rispose che doveva andare a comprare le arance. Intanto aveva aperto un armadio in cerca di sigarette che avrebbero dovuto essere nella tasca di un certo maglione rosso, ma sul maglione rosso trovò invece un gatto addormentato. Incominciarono le operazioni per spostare il gatto senza fargli male e senza svegliarlo; poi Ginsberg aprì la finestra, prese una bottiglia di latte dal davanzale e ne versò un poco in un piattino. In pochi secondi tutti i gatti dell’albergo, che, era chiaro, stavano sopravvivendo con il latte di Ginsberg, si raccolsero nella camera; ma piano piano si riuscì a mandarli fuori e a chiudere la porta. Mentre Orlovsky cercava le sigarette e Ginsberg metteva a pieno volume I Feel so Good di Ray Charles per farmelo conoscere, tornò Gregory Corso con la faccia più nera delle sue facce più nere, dicendo una parola irripetibile, e si accasciò sul letto. Stava facendo un esperimento, mi disse Orlovsky sottovoce; bisognava lasciarlo in pace perché era passato un certo numero di ore e l’esperimento gli dava molta nausea.
Quando finalmente Orlovsky trovò le sigarette, Ginsberg tirò un paio di boccate e poi decise che non aveva più voglia di fumare, aveva voglia di uscire, «Let’s go». Dove andiamo?, chiese qualcuno. Ginsberg gli mise una mano sulla spalla e gli disse sottovoce: «Let’s see». Così ci avviammo in rue Gît-le-Coeur verso il Lungosenna.
Mentre raccontavo a Ginsberg la storia della strada e di Fred Sidès (forse ex amante di Isadora Duncan) che l’aveva raccontata a me, entrammo in una traversa della via passando da un vicolo all’altro, fermandoci a guardare insegne e cartelloni. Arrivammo sul Lungosenna e dal ponte vedemmo, seduti sui gradini, un gruppo di arabi che cantavano canzoni del loro paese. Erano nenie un po’ languide, pochissimo allegre. Restammo ad ascoltare finché qualcuno disse: «Let’s go», e ci avviammo verso il prossimo ponte.
Sul prossimo ponte trovammo una gran folla. Sotto, sulla banchina del fiume, c’erano due ragazzi americani che cantavano accompagnandosi con la chitarra forse (o forse neanche) cercando di imitare Elvis Presley. Ogni tanto smettevano e giravano chiedendo un po’ di soldi, guardavano in su verso la folla e facevano sorridendo grandi segni perché anche dal ponte buttassero soldi. Ne avrebbe buttati anche Ginsberg, ma si accorse che Corso si era fermato a un carretto e si stava facendo dare un gelato e naturalmente Corso soldi per il gelato non ne aveva e Ginsberg andò a pagare per lui.
Attraversammo il ponte. Sull’altro Lungosenna Ginsberg intavolò una lunga conversazione con un suonatore di organetto, facendosi spiegare come funzionava, informandosi se i passanti si divertivano ancora ad ascoltarlo e domandandogli dove si potevano comprare organetti. Il suonatore era raggiante. Disse che in vita sua nessuno aveva mai mostrato tanto interesse per il suo organetto. Chi era quel bravo signore gentile?, mi chiese. Doveva certo essere un artista, vero?
Gli risposi di sì, che era un artista, uno di quelli veri, e cercai di dargli qualche spicciolo, che il suonatore si rifiutò di accettare. Quando raggiunsi Ginsberg lo trovai immerso in una fitta conversazione con un uomo probabilmente un po’ matto che stava trasportando due pile di libri reggendole con le mani e tenendole ferme con il mento. Restammo un quarto d’ora ad ascoltare il dialogo fra lui e Ginsberg; un dialogo dal quale venne fuori la storia di una dei tanti milioni di vite incominciate e finite senza che si capisca bene perché siano cominciate e perché siano finite.
Quando ci avviammo verso il Louvre, Ginsberg era assorto. Qualcuno provò a parlargli, gli raccontarono di un tale, destinato a raggiungere una certa notorietà iconoclasta, che aveva come unica ambizione quella di venir pubblicato sulla «Evergreen Review».
«Che strana ambizione», disse con uno di quei suoi sorrisi melanconici.
Poi girammo per le sale del Louvre e mi fece vedere i quadri che erano piaciuti a questo o a quel poeta, soprattutto a Kerouac. Quando gli chiesi quali piacevano a lui, proprio a lui, sorrise senza rispondere e mi prese sottobraccio. Non ebbe neanche bisogno di dirmelo, il suo «Let’s go».
Andammo a sederci al Vert Galant, sotto il Pont Neuf. Eravamo tutti un po’ stanchi e gli alberi freschi del giardino, così in mezzo al fiume, fecero ancora una volta il loro effetto antico. Un tale seduto su una panchina fissava nel vuoto; Ginsberg lo guardò da lontano e continuò a guardarlo come se riconoscesse un amico. Avevamo ricominciato a parlare di «lavoro»: Kerouac e Burroughs, Ferlinghetti e Hazelwood, Donald Allen e Barney Rosset, la Evergreen e la Auerhahn, nomi ancora insoliti in Europa ma per Ginsberg vecchi come la sua storia.
Restammo su quella panca finché qualcuno disse: «Let’s go». Questa volta ci trovammo a mangiare uno di quegli sfilatini al prosciutto come fanno o facevano a Parigi, in un vecchio caffè davanti ai Deux Magots, che poi è stato demolito e sostituito da un drugstore all’americana. Cominciarono le birre, cominciarono file di ragazzi di tutte le parti del mondo che riconoscevano Ginsberg e venivano a salutarlo, e passò la sera; poi andammo a dormire, good night, ci vediamo domani a Saint-Germain, senza dire l’ora, senza dire dove.
Infatti l’indomani ci vedemmo a Saint-Germain, tutti indaffarati, ciascuno con qualcosa che avrebbe dovuto fare e non aveva fatto ma tanto si poteva benissimo farlo domani o magari dopodomani, «Let’s go, let’s go». Sedemmo sulla terrasse di un caffè e lì venne Maurice Girodias, l’editore di William Burroughs, e piano piano intorno al tavolo si raccolse una piccola folla di gente che conosceva Ginsberg o diceva di conoscerlo o desiderava conoscerlo. In pochi minuti il tavolino fu coperto di manoscritti che volevano un suo giudizio. «Sure», rispondeva a tutti; e noi sapevamo che quella notte invece di dormire Ginsberg avrebbe letto uno per uno tutti quei manoscritti per poter dire una parola di consiglio a ciascuno: per dirgli che cosa non andava in quei versi o magari per dirgli di non lasciarsi spaventare.
Poi andammo a mangiare, e poi andammo in albergo, nel nostro albergo molto borghese («È un po’ triste, vero?» disse soltanto Ginsberg), e mentre Corso e Orlovsky stavano sdraiati sul letto e Sottsass continuava a fotografarli, Ginsberg sedette a un tavolino subito ingombro di libri, pezzetti di carta, bicchieri, portacenere, matite e mi corresse il primo abbozzo dell’antologia di poeti che avevo in mente di fare e più tardi pubblicai da Feltrinelli vincendo a fatica le resistenze di un direttore editoriale ostile.
«Guardalo, ma guardalo», diceva ogni tanto Corso a Orlovsky scrollando la testa e Orlovsky sorrideva. Lavorammo per un paio d’ore. Poi fui io ad avere pietà e a dire il solito «Let’s go». Fuori cadeva una pioggerella fine fine, con un’aria frizzante in quella nebbiolina che «fa» Parigi. Ci avviammo a piedi, senza ombrello, verso i soliti caffè. Intanto Orlovsky aveva comprato qualche arancia, quelle che avrebbe voluto comprare il giorno prima, e per trasportarle le mise nel suo cappellone di pelliccia, che in genere portava con sapiente civetteria sui capelli ancora biondi, ancora folti, ancora molto lunghi e un po’ spettinati; ma presto il cappello se lo rimise in testa, perché via via che qualcuno ci fermava Orlovsky gli offriva un’arancia, senza che a nessuno venisse in mente che poi le arance sarebbero terminate e i negozi sarebbero stati chiusi. Quella sera finimmo per cenare verso mezzanotte, tanto eravamo busy con tutta quella gente sempre intorno.
Avevo al dito un anello nel quale Sottsass aveva fatto montare un sigillo miceneo che avevamo comprato sottobanco ad Atene. Quel giorno l’antiquario aveva abbassato la saracinesca (per un momento avevamo pensato che volesse rubarci le macchine fotografiche), poi aveva tirato fuori un cassetto dal doppio fondo (come quelli che usavano i Carbonari per nascondere gli indirizzi dei compagni, mi aveva spiegato mia nonna che ne aveva uno in un sécretaire) e da una busta lacera aveva tolto uno spago molto sporco in cui erano infilati tre di questi sigilli. Avevamo pochissimi soldi, come sempre, e ci venne il sospetto che ci stesse imbrogliando; così ne avevamo comprato soltanto uno: erano di lava nera e raffiguravano un cervo rampante. L’antiquario me li mostrò premendoli su una gomma da cancellare inumidita con il fondo del caffè di una tazzina che aveva fatto portare dal bar lì vicino. Sembrava spaventato, ci disse di stare attenti, di non far vedere il sigillo alla frontiera perché gli avremmo procurato un mucchio di noie: non era permesso far uscire dal paese antichità da museo. Eravamo così sicuri di essere nel mezzo di un imbroglio che lo ascoltammo più che altro per divertimento, ma più tardi vedemmo dei sigilli simili in una vetrina del Museo nazionale.
Quando Gregory Corso prese in mano il mio anello e mi chiese dove avevo trovato il sigillo gli raccontai questa storia. E lui senza dire niente sorrise e si sfilò dal collo lo stesso spago sudicio che avevamo visto in quel cassetto segreto: il secondo dei tre sigilli lo aveva preso lui un giorno che qualcuno, ad Atene, aveva voluto fargli un regalo.

Fernanda Pivano, da Altri amici, altri scrittori, Mondadori, 1998




sabato 26 gennaio 2013