Visualizzazione post con etichetta Narrativa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Narrativa. Mostra tutti i post

lunedì 4 marzo 2013

dopo la storica traduzione di De Angelis, Celati traduce l'Ulysses, un'odissea durata 7 anni



Imponente e grassoccio, Buck Mulligan stava sbucando dal caposcala con in mano una tazza piena di schiuma, su cui s’incrociavano uno specchio e un rasoio. La sua vestaglia gialla, priva di cintura, era lievemente sollevata sul retro da una dolce arietta mattutina. Tenendo alta la tazza, intonò:
– Introibo ad altare Dei.
Fermatosi, scrutò giú nel buio della scala a chiocciola con un richiamo sguaiato.
– Vieni su, Kinch, disgustoso d’un gesuita.
Avanzò solenne e salí sulla rotonda piattaforma del bastione. Qui fece un giro d’occhi e con gesti compassati benedisse tre volte la torre e la contrada circostante e le montagne al risveglio. Indi, adocchiato Stephen Dedalus, si chinò verso di lui abbozzando alcuni svelti segni della croce nell’aria, borbogliando e scuotendo il capo. Stephen Dedalus, sonnacchioso e tediato, appoggiò le braccia in cima alla scala e squadrò gelidamente la faccia che lo benediceva bofonchiando e ballonzolandogli davanti, faccia lunga da cavallo, con l’intonsa zazzera bionda, tinteggiata d’un pallido color quercia.
Buck Mulligan sbirciò per un attimo sotto lo specchio e coprí la tazza con gesto svelto:
– Presto, tutti in caserma! gridò, severo.
E aggiunse con voce da predica:
– Poiché questa, o miei dilettissimi, è genuina e cristina sostanza, corpo e anima, sangue e liquame e via discorrendo. Musica lenta, prego. Chiudete gli occhi, signore e signori. Un momentino. Un po’ di fastidio con quei corpuscoli bianchi? Fate tutti silenzio.
James Joyce, Ulisse.
Traduzione di Gianni Celati.
***
Nei sette anni della sua gestazione questa nuova traduzione dell’Ulisse è diventata essa stessa una specie di leggenda. Interrotta molte volte per le cause più diverse, Celati l’ha ripresa in mano ogni volta caparbiamente, ricominciata, rifatta, migliorata. Ci sono stati problemi di salute che hanno messo a dura prova Celati e che, in certi momenti, lo hanno fatto disperare di poter portare a termine l’impresa. Ma forse il più alto rischio di interruzione definitiva del lavoro si è avuto quando Celati ha smarrito il suo computer portatile su un treno e lo ha poi inseguito tramite tutti gli uffici delle ferrovie internazionali, senza più riuscire a recuperarlo. Non aveva fatto alcun back-up e con quel computer spariva tutta la prima revisione di circa metà romanzo. Come in un gioco dell’oca, si tornava al punto di partenza, cioè alla prima stesura della traduzione fatta alcuni anni prima. Ma dopo un periodo di sconforto, incoraggiato dalla moglie, dagli amici e dalla casa editrice, Celati tornava al lavoro e ricostruiva pezzo per pezzo le soluzioni smarrite o, in molti casi, ne trovava altre forse migliori. Quasi come Dino Campana dopo che Ardengo Soffici gli aveva perso l’unico manoscritto dei Canti orfici. Inutile dire che adesso Celati ha imparato a salvare tutto quello che scrive e fa back-up anche delle liste della spesa.
Dunque la traduzione di Celati dell’Ulisse è stata più volte annunciata e molto attesa (il domenicale del Sole 24 Ore le ha già dedicato anticipazioni e articoli durante tutta la scorsa estate; Il Foglio ne ha fatto quasi un numero monografico dedicandogli otto pagine in un colpo solo). Ora finalmente il lettore può apprezzare il lavoro che Celati ha dedicato al capolavoro joyciano. Un lavoro eminentemente da scrittore, e non perché quella di Celati sia una traduzione infedele, ma perché rispetto alla pura trasposizione semantica privilegia il flusso sonoro, fondamentale per Joyce nonostante il suo famoso monologo sia “interiore”: l’oralità e addirittura la cantabilità, al di là della trama intellettuale che spesso ha fatto disperare i critici, fanno di questa lingua soprattutto una potente e suggestiva “macchina musicale”. E nessuno poteva rendere questi aspetti dell’Ulisse meglio di Celati, scrittore che proprio sulla musica e i flussi sonori ha composto, come una partitura jazz, tutti i suoi libri più importanti. Dunque la traduzione di Celati si inscrive perfettamente nella antica linea einaudiana di “scrittori tradotti da scrittori”: un’intuizione e una passione editoriale di Giulio Einaudi, che fin dagli anni Trenta si era speso perché dall’incontro di due scrittori e due lingue nascessero dei corto circuiti espressivi che andassero oltre la professionalità della traduzione.
Per il lettore è l’occasione irripetibile di rileggere (o leggere) il capolavoro di Joyce in modo nuovo, assolutamente non punitivo ma divertente e gioioso. Probabilmente come Joyce avrebbe voluto che fosse letto.
Mauro Bersani


venerdì 25 gennaio 2013

Agapē Agape

Disegno ispirato all'opera di Gaddis nato dalla fantasia di Greg Williard

Ed ecco che mi capita tra le mani la versione italiana di Agapē Agape, uscito in Italia nel 2011 con il titolo L'agonia dell'agape,  quinta ed ultima fatica di William Gaddis.  Decido di acquistarlo, rapita da quella dfficoltà che la sua lettura può implicare.  Difficolta' che dipende da quanto siamo disposti a farci trascinare da un testo che fugge da tutte le parti come un fiume dai molti affluenti. 
La storia è quella di uno scrittore ormai anziano, alter ego di Gaddis stesso, che giace in un letto d'ospedale circondato dagli appunti di una vita, e tormentato dal bisogno di "spiegare tutto...riordinare e sistemare prima che tutto crolli".  Il nemico è l'entropia che divora il suo corpo in disfacimento e che al contempo "sta portando al collasso di tutto, dei significati, del linguaggio, del valore dell'arte".  E' il monologo interiore, travolgente e disperato,  del protagonista, una "flebile voce che tenta di salvare il tutto" e che contempla la sua [di Gaddis] idea di agape - piccola fiamma dura come una gemma. 
Penso che questo possa bastare, il resto, per chi vorrà leggerlo, è letteratura, degna veramente del suo creatore, un vero guru dell'avanguardia.



William Gaddis, autoritratto

I feel like part of the vanishing breed that thinks a writer should be read and not heard, let alone seen.
I think this is because there seems so often today to be a tendency to put the person in the place of his or her work, to turn the creative artist into a performing one, to find what a writer says about writing sohow more valid, or more real, than the write itself.

[WG]


°°°

William Gaddis (1922-1998) è stato uno dei più grandi scrittori americani del XX secolo.  In una lettera del 1962, scriveva a un amico che la sua "ossessione per la nostra società sempre più controllata e la crescente meccanizzazione delle arti" avrebbe potuto sfociare in una nuova opera.  E' L'agonia dell'agape [pubblicato in Italia da Alet, 2011, con traduzione di Fabio Zucchella], un'impresa che accompagnerà lo scrittore per tutta la vita e che verrà data alla stampa solo dopo la sua morte, per volontà dello stesso Gaddis.





giovedì 10 gennaio 2013

lo storytelling di Leslie Marmon Silko



"Sono cresciuta nel pueblo di Laguna. Sono di discendenza mista, ma quello che so è Laguna. Questo luogo da cui provengo è tutto quello che sono come scrittrice e come essere umano". Così Leslie Marmon Silko, voce della letteratura americana aborigena che, attraverso alcune scarne note, afferma il suo profondo radicamento nella cultura tradizionale pueblo.
Ultima etnia a far sentire la propria voce nel concerto della letteratura americana, gli Indiani hanno ormai prodotto un insieme di opere poste al crocevia tra cultura orale e letteratura scritta. Si tratta di una minoranza che, utilizzando un linguaggio universale, parla di un’esperienza di depaysement, di spaesamento e, di contro, del tentativo di restaurare l’armonia perduta. A partire dagli anni Sessanta si ha un’impetuosa affermazione di giovani scrittori come Norman Scott Momaday, James Welch e la stessa Leslie Marmon Silko che, con  le loro opere, contribuirono a delineare e la forza di una tradizione e il diritto alla sopravvivenza di una cultura.
All’interno di questa tradizione lo storytelling, la narrazione orale, costituisce un fatto di straordinaria rilevanza. Esso ricorda, fissa e trasmette il patrimonio culturale da una generazione all’altra,  è momento di aggregazione e conoscenza, appropiazione rispettosa e amorevole del lingua e, insieme, di ristabilimento di quell’identità tribale che, dopo l’impatto con il mondo bianco, era andata dispersa. La scrittura è adattata di volta in volta alla crazione orale conseravandone la funzione, qualla di stabilire un’unione tra l’individuo e la totalità che lo circonda. La Silko trasmette il proprio passato e la propria cultura in maniera autentica, ossia, nel suo senso, magica, in contrasto con le interpretazioni di tutta una letteratura sugli indiani scritta da non indiani. Passato sentito non come nostalgia, ma come presente in continua e spesso caotica trasformazione.
Simbolo unificante di tutti i racconti è la Madre Terra, colei che crea, con tutti gli elementi che la compongono e che rende salda l’unione di questo popolo in a sense of place. La ninnananna che segue, la Silko non ricordava se l’avesse mai cantata ai propri figli, sapeva però che la nonna l’aveva cantata e così pure sua madre:

La Terra è tua madre,
e lei ti abbraccia.
Il cielo è tuo padre,
e lui ti protegge.
Dormi,
dormi,
Arcobaleno è tua sorella,
e lei ti ama.
I venti sono tuoi fratelli,
e loro cantano per te.

Dormi,
dormi,
Noi siamo sempre insieme
Noi siamo sempre insieme
Mai ci fu un’ora
in cui questo
non fu così.

[PB]

Leslie Marmon Silko, Raccontare, La Salamandra, 1983




martedì 25 settembre 2012

Gita al faro




Così, con una luce a caso che li guidava da una stella scoperta, o da una nave 

vagante, o dal Faro stesso, con l’impronta pallida sulle scale e sulla stuoia, quei 

piccoli soffi salivano le scale e si facevano strada fino alle porte delle camere. 

Ma qui dovevano arrestarsi. Qualunque altra cosa può morire o scomparire, 

quello che c’è lì è immutabile. Qui si poteva dire a quelle luci scivolose, a quei 

soffi esitanti che alitavano e si curvavano sul letto, qui non potete né toccare 

né distruggere. Al che, stanchi, spettrali, come se avessero avuto dita leggere 

come piume e della stessa consistenza delle piume, avrebbero guardato, una 

volta, gli occhi chiusi e le dita intrecciate, e ripiegando le vesti con gesto 

stanco, sarebbero scomparsi. E così, facendosi strada, frugando, andarono alla 

finestra delle scale, nelle camere della servitù, tra le scatole in soffitta; e 

scendendo, sbiancarono le mele sul tavolo della sala da pranzo, stropicciarono i 

petali delle rose, esaminarono il quadro sul cavalletto, spazzarono la stuoia e 

soffiarono un po’ di sabbia sul pavimento. Alla fine desistettero, cessarono 

insieme, si riunirono insieme, sospirarono insieme; tutti insieme emisero una 

raffica di gemiti senza scopo, cui rispose una porta della cucina; si spalancò; 

nessuno entrò; e si richiuse con un tonfo.


Virginia Woolf, To the lighthouse


martedì 4 settembre 2012

AL VOLO [senza ali]


Henri Matisse, Icaro


Al volo!...senza ali...Tua Icar[a]

In quell'attimo eterno siamo chiusi in noi, ma un universo intero ci gira intorno, avvolgendoci. Non me ne rendo conto, ma gia' lampeggia il sospetto di dopo. Se un granello di equilibrio venisse meno, una pulsazione d'amore fallisse, precipiterei nella realta' degli ingranaggi.....................[PR]
 2.II.2012




...do the walk of life!


venerdì 6 aprile 2012

[Due non è il doppio, ma il contrario di uno]


Ti piace l’amore? 


Non lo so. 


Ora ce l’hai? 



Sì, mi sono accorto di avercelo. È cominciato dalla mano, la 

prima volta che me l’hai tenuta. 

Mantenere è il mio verbo preferito. 


Sei innamorato di me?

Ho cominciato dalla mano che si è innamorata della tua 

quando me l’hai tenuta. Poi si sono innamorate le ferite che si 

sono messe a guarire alla svelta.









giovedì 5 aprile 2012

Virginia Woolf - da Orlando


Profondamente sospirò e si gettò – c’era nei suoi gesti una passione che merita la parola – sul nudo suolo ai piedi della quercia. Godeva nel sentire, sotto l’effimera apparenza dell’estate, la spina dorsale della terra; ché tale era per lui la dura radice della quercia, oppure – l’immagine seguendo l’immagine – era il dorso d’un gran destriero che cavalcava; o la tolda di una nave in preda alle onde; qualsiasi cosa, insomma, purché solida, poiché egli anelava a qualche cosa cui ormeggiare il suo fluttuante cuore; quel cuore che ogni sera in quella stagione, quando s’aggirava per le campagne, pareva ricolmo di aromatiche e languide sensazioni d’amore. Alla quercia egli lo legò, e, standosene così disteso, a poco a poco il pulsare scomposto, entro di lui e intorno, si calmò; sostarono sospese le esigue foglie, si fermò il daino; si arrestarono le pallide nuvole d’estate; le membra gli si appesantirono sul suolo; e giacque così immoto che passo passo il daino s’appressò, le cornacchie roteando scesero sul suo capo, le rondini si tuffarono e volteggiarono, il sussurro delle libellule lo sfiorò, quasi tutta la fertilità e il tripudio d’amore della sera d’estate tessessero la propria trama intorno al suo corpo.