E' scesa la sera a Myrina, isola di Lemnos. Secondo la mitologia questa fu la prima tappa degli Argonauti, in viaggio verso la Colchide, a caccia del vello d'oro, e innumerevoli furono le loro avventure. Ma da Lemnos passo' anche Efesto, dio del fuoco e della metallurgia, che qui ebbe la sua prima fucina (poi il suo culto si trasferi' in Sicilia), prese in moglie la nereide Cabiro e da lei ebbe due figli, detti i Cabiri.
Il calore, il fuoco abbaglia il mio sguardo.
Come perla argentea nei fondali marini,
evaporo dal mito avvolta di luce,
i miei occhi non piu' chiusi
ridono scintille come stelle incandescenti.
Gioiscono il nuovo giorno.
[PB, 13 maggio 2012]
mercoledì 9 maggio 2012
O guardo i crepuscoli, le mattine | su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo, | come i primi atti della Dopostoria, | cui io assisto, per privilegio d'anagrafe, | dall'orlo estremo di qualche età | sepolta. Mostruoso è chi è nato | dalle viscere di una donna morta. | E io, feto adulto, mi aggiro | più moderno d'ogni moderno | a cercare i fratelli che non sono più.
Una cosa è cantare l’amata. Un’altra, ahimè, quell’occulto, colpevole Dio-fiume del sangue. Quello che lei riconosce da lontano, il suo ragazzo, anche lui che ne sa del Signor del piacere, che sovente da lui solitario prima ancora che lei placasse, spesso come se neanche esistesse levava il capo divino, gocciolante di chissà che imperscrutabile per chiamare la notte a tumulto infinito. [...] Non gli viene da te, ahimè, né da sua madre quello spasmo d’attesa che è nell’arco delle sue sopracciglia. [...] Credi davvero che l’abbia scosso così il tuo apparire leggero, tu che vai come la brezza al mattino? Certo gli turbasti il cuore, ma turbe più antiche si scatenarono in lui all’urto di quel tocco. [...] Vedi, noi non amiamo come i fiori, attingendo da un’annata soltanto; a noi, quando amiamo, sale alle braccia un’immemorabile linfa. O fanciulla, è così: noi non amiamo in noi un essere solo, futuro, ma l’immenso fermento; non un singolo figlio, ma i padri, che come frane di monte posano al fondo nostro, ma l’arido greto di madri d’un tempo – ma tutto il muto paesaggio sotto il Destino nuvoloso o limpido - ; questo, fanciulla, era prima di te. E tu, tu che ne sai - tu suscitasti tempi remoti nell’innamorato. Quali mai sentimenti eruppero da esseri scomparsi. Quali mai donne ti odiarono allora. Quali uomini cupi eccitasti nelle vene del giovane? …Oh piano, piano, fa’ qualcosa che gli sia cara, un fido lavoro giornaliero - accompagnalo per il giardino, e in più, dagli le notti,… trattienilo…"
RAINER MARIA RILKE, Elegie Duinesi III, frammenti e finale
Tiepide lenzuola umide, pori aperti,
respirazioni epilettiche
mi hanno fatto scendere le scale dell’inferno
mi bruciavano le mani, il mio ventre era dorato. E nel fuoco della stanza tra le ombre
ho suonato i tuoi silenzi
e al cadere delle spalle come chi è colpito da un fulmine
ti ho amato per ore senza tregua.
La tua lingua-brace, le tue dita-polipi
hanno trovato il fondo nella schiuma calda
del mio mare traforato.
Si decretò la marea - fuga dalla battaglia!
e il crepuscolo si presentò
come un fantasma che gioca con le luci
e si imbroglia nei colori. Più tardi, con un salto di cervo ferito,
sonnolenta, anestetizzata, violacea,
ti ho invitato a prendere il toro del peccato per le corna
abbiamo aperto la porta,
ed è entrata come un aroma di valeriana
la notte fresca.
Gustav Klimt, L'albero della vita "Vorrei trovare una espressione della dualità, perchè in questo
per me consiste la vita, nel fluttuare tra due poli. Vorrei far vedere la
varietà del mondo e ricordare che al fondo della varietà vi è una unità."
Appena giunto in paradiso Pictor si trovò dinanzi ad
un albero che era insieme uomo e donna. Pictor salutò l’albero con reverenza e
chiese: "Sei tu l’albero della vita?". Ma quando, invece dell’albero, volle
rispondergli il serpente, egli si voltò e andò oltre. Era tutt'occhi, ogni
cosa gli piaceva moltissimo. Sentiva chiaramente di trovarsi nella patria e alla
fonte della vita. E di nuovo vide un albero, che era insieme sole e luna. Pictor
chiese:" Sei tu l’albero della vita?" Il sole annuì e la luna sorrise. Fiori
meravigliosi lo guardavano, con una moltitudine di colori e di luminosi sorrisi,
con una moltitudine di occhi e di visi. Alcuni annuivano e ridevano, altri
non annuivano e non sorridevano, ebbri tacevano, in se stessi si perdevano, nel
loro profumo si fondevano. Uno dei fiori aveva grandi occhi blu, un altro
ricordava il primo amore. Tra tutti questi fiori Pictor stava pieno di
struggimento e di gioia inquieta e il suo cuore batteva forte, batteva tanto, il
suo desiderio ardeva verso l’ignoto, verso il magicamente prefigurato.
Pictor scorse un uccello sull'erba posato, ammantato di luminosi colori e
all’uccello variopinto chiese: "Uccello dove è la felicità?". "La felicità?",
disse il bell'uccello e rise con il suo becco dorato: "la felicità, amico, è
ovunque, sui monti e nelle valli, nei fiori e nei cristalli". Con queste
parole l’uccello spensierato scosse le piume, allungò il collo, agitò la coda,
socchiuse gli occhi ed ecco era diventato un fiore, e subito l’uccello-fiore
variopinto, nella gloria dei colori si era fatto pianta, le piume si erano
trasformate in foglie, le unghie in radici. E subito il fiore-uccello
cominciò a muovere le foglie e i pistilli, già era stanco dei suoi pistilli e
scuotendosi un po' si innalzò e fu una splendente farfalla che si cullò
nell'aria. Ma l’allegra farfalla, fiore, uccello, scese a terra lieve come un
fiocco di neve e si trasformò in un cristallo che irradiava luce rossa.
Pictor prese la pietra e la tirò a sè, strisciando dall’albero il serpente
gli sibilò: "La pietra ti trasforma in quello che vuoi, presto, chiedile il tuo
desiderio. Pictor si spaventò e temette di veder svanire la sua fortuna. Rapido
disse la parola e si trasformò in albero, giacchè più di una volta aveva
desiderato essere albero, perchè gli alberi gli apparivano così pieni di pace,
di forza e di dignità. Pictor divenne albero, penetrò con le radici nella
terra e si allungò verso l’alto. Era contento. Passarono molti anni prima che si
accorgesse che la sua felicità non era perfetta. Vide infatti che intorno a lui
nel Paradiso, gran parte degli esseri si trasformava assai spesso, che tutto
scorreva in un flusso di perenni trasformazioni. Lui, invece, l’albero Pictor,
non poteva più trasformarsi. Da quel momento la sua felicità svanì e iniziò
ad invecchiare. Assunse un aspetto serio e afflitto, che si può osservare anche
negli uccelli, negli esseri umani e in tutti gli esseri, quando non posseggono
il dono della trasformazione, tanto che perdono ogni bellezza. Un bel giorno
una fanciulla si perse in paradiso, cantando e ballando correva tra gli alberi:
non aveva mai pensato di desiderare il dono della trasformazione. Quando si
appoggiò all’albero Pictor, egli sentì un desiderio di felicità ed era come se
il suo stesso sangue gli dicesse: "Ritorna in te! Ricordati di tutta la tua
vita, trovane il senso, altrimenti sarà tardi." Rammemorò i suoi anni di uomo,
il suo cammino in Paradiso e quell’istante in cui aveva avuto in mano la pietra
fatata. La fanciulla si sentiva attratta dall’albero. Esso le appariva bello,
forte e solitario, nobile nella sua muta tristezza. Ella si appoggiò e iniziò a
piangere. Perchè doveva soffrire così e il suo cuore voleva spaccarle il petto e
andare a fondersi con lui? Venne l’uccello e la fanciulla vide cadere un
rubino e appena lo prese si avverò il suo desiderio. La bella fu presa, svanì e
divenne tutt’uno con l’albero, si affacciò al suo tronco come giovane ramo. Ora
tutto era a posto, solo ora era stato trovato il paradiso, Pictor non era più un
vecchio albero intristito: ora cantava forte Pictoria, Vittoria. Era
trasformato, e poichè aveva raggiunto la vera, l’eterna trasformazione, poichè
da metà era divenuto un tutto, da quel momento potè continuare a trasformarsi
quanto voleva. Divenne capriolo, divenne pesce, divenne uomo e serpente,
nuvola e uccello. Ma in ogni forma era intero, era coppia, aveva in sè luna e
sole, uomo e donna, scorreva come fiume gemello per le terre, stava come stella
doppia in cielo. Questa "Favola d’amore " di Herman Hesse rappresenta
qualcosa di vissuto e non di inventato. L'autore, che fu in analisi dal
Dott.Jung, la dedicò alla cantante mozartiana Ruth Wenger, nel 1922, poco dopo
aver scritto Siddharta. La favola parla della conoscenza, che, per colui che
la possiede realmente, non è nulla di verbale, bensì realtà vissuta, che
permette all’uomo di accedere ad un superiore piano di consapevolezza che
comprende tutti i precedenti. Ma Pictor, non ancora pronto a comprendere
l’esempio dell’uccello fiore farfalla mutante, assume dall’esterno la felicità,
e scambia la libertà di una perenne trasformazione, di una tensione continua
della vita, per una quiete, un incanto raggiunto una volta per tutte. Pictor
rappresenta l'eroe che nel suo percorso deve calarsi nella staticità del reale,
per apprezzare il valore del divenire. Ma chi cresce e si fa consapevole impara
- scrive Hesse - "a non desiderare essere altro di ciò che egli è. Questa è
patria e felicità". Abbiamo bisogno di peccare, di uscire dall'Eden e
riconoscere che la stasi è la nostra morte e ci rende vecchi e tristi, perchè ci
spegne. Ma i nostri goffi tentativi di bloccare il flusso vitale, non portano
frutto e ci spingono a trovare tutto dentro di noi, a farci interi, in una
unione di opposti umana ed universale insieme, per recuperare il fremito della
vita che vuole solo essere percepita, da ognuno, come una favola d'amore.
Gli attimi segreti ci profumano accanto nel giorno, gli attimi segreti alzano i loro visi verso noi nella vita. In questa luce di rugiada, in questa oscurità di fiori restiamo vicini fin tanto che… -Astrid Tollefsen -
Ci sono sensazioni che mi sorprendono, attimi che abbagliano sulla superficie uniforme del giorno: il profumo dei fiori sbocciati nella citta' a primavera, l’aroma del caffè appena sveglia da un sogno, la luce della luna che mi coglie improvvisa nella notte. Disegni che scandiscono lo scorrere delle ore o che arrivano dopo tanto tempo...librando il mio canto... [Mestessa]
Senza piu' tempo nascosto in alveari campestri un assordante canto si libera da solo. Come aquilone si stacca all'improvviso dal filo che lo tiene concludendone il tempo perso mulinello nell'oblio. Era legato ad un segno che non e' cresciuto cosparso di fatue stelle infinite illuminato da luna perenne sbiadita da perlacei colori. Ora volteggia e gioisce nel cielo infinito. Con una meta e forte nell'universo. Eppure, seppur lontano, raggiunge quell'angolo d' anima e con i pugni chiusi asciuga l' humus disegnato dal tempo del niente. Leda da questa terra (in)colta lo guarda, immemore, lontana ormai, libera nel blu finalmente...sospira respira ossigena nebulizza...